L'Italia ha il record mondiale di prodotti a denominazione di origine protetta e indicazione geografica protetta. Oltre 300 tra DOP e IGP, più di qualsiasi altro paese al mondo. Eppure, quando si parla di eccellenze italiane, tornano sempre gli stessi nomi: parmigiano, prosciutto di Parma, mozzarella di bufala. Prodotti straordinari, certo. Ma dietro di loro esiste un patrimonio enorme, fatto di ingredienti rarissimi, storie dimenticate e sapori che molti italiani non hanno mai assaggiato.
Fine maggio è il momento giusto per iniziare a cercarli. I mercati si riempiono di produzione locale, i piccoli produttori riaprono i banchetti stagionali, e un viaggio - anche breve - è l'occasione per portare a casa qualcosa di davvero unico.
Ecco cinque prodotti certificati che meritano molto più spazio di quello che hanno.
Partiamo da un paradosso. C'è un formaggio bergamasco che, secondo gli storici dell'alimentazione, ha probabilmente generato il Gorgonzola - uno dei formaggi italiani più esportati al mondo. Eppure lui, lo Strachitunt DOP, è quasi sconosciuto fuori dalla Val Taleggio.
Il nome viene dal dialetto bergamasco: strachi (stanco, come il latte delle vacche reduci dalla transumanza) e tunt (rotondo, per distinguerlo dal taleggio che invece è quadrato). Una forma cilindrica, una pasta erborinata con venature verdi e blu, un sapore che oscilla tra il dolce e il piccante a seconda della stagionatura.
La cosa davvero straordinaria è la tecnica di produzione, unica al mondo: le due cagliate. Il formaggio nasce dall'unione di due cagliature diverse, quella della sera e quella della mattina seguente. Le due paste hanno acidità diverse e non si amalgamano mai del tutto — rimangono visibili a strati all'interno della forma. Sono proprio quegli spazi vuoti a permettere lo sviluppo naturale delle muffe, senza l'aggiunta di alcun Penicillium esterno. Ogni forma è diversa dall'altra.
Le tracce di un formaggio simile allo Strachitunt nella Val Taleggio risalgono all'epoca romana: il geografo Strabone racconta che gli abitanti delle valli orobiche scendevano verso la pianura portando formaggio e miele come merce di scambio. Nel Medioevo era considerato un dono degno delle corti milanesi e veneziane. Poi, con l'industrializzazione del dopoguerra e lo spopolamento dei paesi di montagna, quasi scomparve. La DOP è arrivata solo nel 2014, grazie alla battaglia di un piccolo gruppo di casari che non aveva mai smesso di produrlo.
Fuso su una polenta taragna, abbinato a un miele di castagno, o semplicemente su una fetta di pane con qualche noce.
Tutti conoscono lo zafferano. Pochissimi sanno che esiste una varietà italiana, coltivata sull'altopiano di Navelli in provincia dell'Aquila, considerata tra le migliori al mondo per concentrazione di principi attivi e intensità aromatica.
Lo zafferano arrivò in Abruzzo nel XIII secolo grazie a un frate domenicano della famiglia Santucci, che lo portò dalla Spagna. L'altopiano di Navelli, a oltre 700 metri di quota, con la sua escursione termica e il terreno calcareo, si rivelò un habitat perfetto. Tra XV e XVI secolo il commercio dello zafferano aquilano rese la città dell’Aquila uno dei centri più prosperi della penisola.
Oggi la produzione è minuscola - poche decine di chilogrammi all'anno - e il prezzo riflette questa rarità. I fiori del Crocus sativus vengono raccolti a mano all'alba di ottobre quando sono ancora chiusi, e gli stimmi estratti manualmente nello stesso giorno. Serve circa un chilogrammo di fiori per ottenere pochi grammi di spezia secca.
Nel risotto, naturalmente, ma da provare anche in panna cotta, brodo di pesce o nell’impasto della pasta fresca. Provate ad incorporarlo in queste ricette:
La transumanza è uno dei fenomeni più potenti della cultura alimentare italiana. Per secoli, milioni di pecore percorrevano a piedi i tratturi - le antiche vie erbose - tra Abruzzo e Puglia.
Il Canestrato Pugliese DOP è il prodotto diretto di quella tradizione. Prende il nome dai canestri di giunco intrecciato nei quali viene pressato durante la lavorazione, che gli imprimono sulla crosta un motivo a trama visibile. È un formaggio di puro latte ovino, prodotto tra dicembre e maggio — esattamente quando le greggi sono in Puglia — con una stagionatura che va dai due mesi ai dodici, e oltre.
Grattugiato sulle orecchiette con le cime di rapa, a scaglie su una fava fresca con olio extravergine pugliese, o con fichi e miele.
Il miele della Lunigiana DOP è stato il primo miele in Italia - e uno dei primi in Europa - a ottenere la denominazione di origine protetta, nel 2004. La Lunigiana è quella fetta di territorio che divide la Toscana dalla Liguria, una zona di castagneti e boschi che conserva una biodiversità apistica straordinaria.
Esistono due versioni: miele di acacia, chiaro e delicato, prodotto in primavera; e miele di castagno, ambrato e tannico, con un retrogusto quasi amaro. La rarità del prodotto dipende dal territorio: niente monoculture industriali, fioriture spontanee e un disciplinare che limita l’uso di trattamenti sulle arnie.
La Lunigiana è anche un’area con agricoltura poco intensiva — una condizione sempre più rara.
Il miele di castagno sorprende di più. Perfetto con pecorino stagionato, sulla bruschetta con ricotta e noci, o per sfumare una carne di maiale.
Non sempre un'eccellenza ha bisogno di una sigla europea per essere reale. Il farro coltivato sulle montagne del Centro Italia - in particolare in Garfagnana (IGP), dove è tipico il Triticum dicoccum - è uno dei cereali più antichi della storia mediterranea. Era il grano dei soldati romani, la base dell'alimentazione italica.
Il farro di montagna ha una resa bassissima rispetto ai cereali moderni, motivo per cui quasi scomparve nel Novecento. La riscoperta è stata lenta, guidata da agricoltori biologici e chef alla ricerca di ingredienti con una storia autentica. Oggi, con il ritorno globale ai cereali antichi, il farro è in piena rinascita.
In una zuppa con borlotti e rosmarino, in un’insalata tiepida con verdure di stagione e pecorino, o in un farrotto agli asparagi tardivi.
A cura della redazione,
maggio 2026