Incompresi, evitati da alcuni, amati da altri. Sono buoni, ricchi di nutrienti e vitamine: nella giornata a loro dedicata, il 31 gennaio, scopriamo curiosità e ricette con i cavolini (o cavoletti) di Bruxelles – e perché il loro sapore ad alcuni non piace
Cavolini, come gemme gustose Conoscete i cavoletti di Bruxelles, vero superfood? Hanno cespi tondeggianti, simili ai cavoli ma piccoli piccoli, quasi verze giocattolo per la Barbie. Sono germogli commestibili appartenenti alla stessa famiglia di crucifere come broccoli, cavolfiori, cavolo nero toscano, cavoli ricci e verze (Brassica oleracea). Le piccole “gemme” in questo caso crescono lungo il gambo della pianta. Tondi, morbidi, hanno un sapore di nocciola, la consistenza burrosa e a volte croccante (ma non lasciateli cuocere troppo).
Di origine mediterranea, anche se prediligono un clima freddo, pare che siano stati portati dai legionari romani nel Nord Europa, dove prosperarono e dove furono “scoperti” nel V secolo, per poi divenire popolari in tutta l’Europa del XVI secolo.Sebbene i francesi successivamente li portassero oltreoceano in Louisiana nel XVIII secolo, la produzione americana di “Brussels sprout“ iniziò in California solo nel XX secolo.
I verdi cavolini di Bruxelles sono un’esplosione di antiossidanti, carotenoidi e vitamine, incluse la C, importante per la sintesi del collagene, la A e la E, alleate della salute della vista e della pelle. I cavolini di Bruxelles contengono anche vitamina K che favorisce la coagulazione e quelle del gruppo B per il buon funzionamento dell’organismo. Cosa chiedere di più a un superfood?
Cavolini di Bruxelles fritti e croccanti Forse non tutti sanno che uno studio sulla densità delle papille fungiformi della lingua ha rivelato che per la metà della popolazione mondiale (definiti “gustatori medi”, circa il 50%), la percezione dei sapori e le esperienze gustative sono le stesse: per fare un esempio banale, fu confermato che i più condividono l’opinione che il gusto di caffè, cioccolato fondente e birra scura è amaro. Un altro 25% della popolazione (definiti “non-gustatori”) tende – rispetto ai “gustatori medi” – a sentire poco i sapori, in modo attenuato. La restante percentuale, per contro, gli individui denominati dallo studio “super gustatori”, sono dotati di un numero molto maggiore di recettori dell’amaro e quindi percepiscono le esperienze di gusto più intensamente, in modo esponenziale, spesso al limite dello sgradevole. Negli anni '90, alcuni scienziati olandesi identificarono i composti amari presenti i questi germogli, dando così origine a nuove varietà odierne, dal sapore più delicato e nocciolato, sostituendo le vecchie tipologie, più amare.
Riproduzione dell'elica del DNA La capacità di percepire o meno il gusto amaro è legata a uno specifico gene, presente appunto in circa un quarto della popolazione mondiale, il gene TAS2R38: se presente nel DNA dell’individuo, ne amplifica al massimo la percezione di amaro, al punto che molti alimenti comuni risultano, a questi “super gustatori”, difficili da apprezzare se non addirittura molto sgraditi. D’altra parte, il gusto amaro è sempre stato uno dei campanelli d’allarme della Natura, visto che la presenza di tossine o veleno in alcuni alimenti è accompagnata dal loro gusto amaro, avvantaggiando il “super gustatore di turno” nella sopravvivenza.
Oltre ai cavoletti sopracitati, per i super gustatori sono repulsivi in particolare i sapori di verdure come cavolo riccio, broccoli, cavolo cappuccio, kale e cetriolo; bevande come caffè, tè verde, birre luppolate e scure, acqua tonica (per via del chinino) e vino rosso, oltre a cibi come pompelmo, soia, formaggio cheddar, cioccolato fondente sopra il 70%. Oggi, un recentissimo approfondimento sul gene TAS2R38 ne studia la correlazione con alcune malattie.
Per consuetudine, prima di cuocerli si usa incidere una croce alla base del gambo. La letteratura culinaria comune spiega che questo passaggio aiuta a cuocerli in modo uniforme, migliorando anche la penetrazione del sapore – senza nulla togliere a questa corretta indicazione, la curiosa tradizione in realtà risale al Medioevo: si credeva che gli spiriti maligni vivessero tra le foglie degli amari germogli e l’incidere una croce alla base li avrebbe scacciati, permettendo quindi di mangiarli senza pericolo!
Oggi gustiamoci questo superfood in tranquillità.
Francesca Tagliabue
gennaio 2026