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News ed EventiCultura del ciboPitagora, il vegetariano che odiava le fave

Pitagora, il vegetariano che odiava le fave

Scopriamo insieme la curiosa storia di Pitagora, celebre matematico e primo cultore del vegetarianesimo, che odiava moltissimo le fave, al punto di morire pur di non toccarle

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Fave, legumi e verdure a volontà. Con le diete vegetariane e vegane così in voga in questo momento storico, ad alcuni potrebbe sembrare che si tratti solo di una sorta di nuova “moda” che ha preso piede negli ultimi 10 anni circa. Nulla di più falso: l’attenzione allo stile di vita, inclusa la dieta, è stata parte integrante del criterio dei grandi padri della Medicina, a partire da Ippocrate; in particolare, uno stile di vita rigorosamente vegetariano era uno dei mandati della Scuola Pitagorica. Pitagora di Samo, grande filosofo e matematico greco, visse a lungo in Magna Grecia, in quella zona che oggi corrisponde alla Calabria, a Crotone. Qui nel V secolo a.C. fondò la Scuola Pitagorica, che agli insegnamenti accademici e matematici affiancava studi filosofici e religiosi; la scuola si sviluppò come setta mistico-religiosa, che accettava le donne ma predicava il celibato, il silenzio (l'ascolto) e la comunione dei beni.

Rappresentazione grafica del Teorema di Pitagora

La regola più ferrea di tutte era l’ipse dixit, cioè il rispetto assoluto e totale dell'autorità dogmatica del Maestro. Tra i pilastri fondamentali dei suoi insegnamenti c’erano – oltre al concetto di anima immortale e di reincarnazione, allo studio dei numeri alla base di tutto (da qui il famoso, omonimo Teorema), all’applicazione della matematica, della geometria e dell’armonia del mondo – c’era il vegetarianesimo… e l’odio per le fave.

Vegetarianesimo d’Occidente, radici antiche

Un dettaglio del quadro di Raffaello "La Scuola d'Atene", raffigurante Pitagora con un allievo (1511)Pitagora, particolare della "Scuola d'Atene" di Raffaello Sanzio (1511)

La cultura occidentale ritrova le radici teoriche del vegetarianesimo – così diffuso negli ultimi decenni – in Pitagora, le cui idee però sarebbero state influenzate dall’ancor più antico pensiero orientale, che predicava l’astensione dagli alimenti di origine animale. Ovidio (I secolo a. C.) nel XV libro
delle sue Metamorfosi, dichiara che fu Pitagora il primo a condannare veementemente la malvagità umana nell'uccidere bestie per nutrirsene, mentre Diogene racconta che anche i pesci erano banditi dalla mensa di Pitagora, e narra di come il filosofo pagasse i pescatori perché ributtassero in acqua
il pescato delle reti.

La copertina originale del libro diel cuoco e gastronomo settecentesco Vincenzo Corrado, "Il cibo pitagorico"

Sulla scia del matematico, illustri pensatori dell’antichità abbracciarono il vegetarianesimo, Empedocle, Platone, Seneca, Plutarco tra gli altri. Anche Leonardo da Vinci adottò una filosofia di vita riconducibile al vegetarianesimo.
Vincenzo Corrado, cuoco e grande gastronomo settecentesco, scrisse nel 1781 il trattato Del cibo pitagorico, ispirandosi a più ampi movimenti suoi contemporanei. In Gran Bretagna nel 1847 fu fondata la Vegetarian Society, la prima nel suo genere, seguita da quelle di altri Paesi Europei (noi ci siamo arrivati solo nella seconda metà del XX secolo, nel 1952, con l’Associazione Vegetariana Italiana). Ma torniamo a Pitagora.

Perché Pitagora ce l’aveva tanto con le fave?

Fave fresche sgusciate in primo piano con alcuni baccelli

I Greci erano devotissimi alle fave: nel mese di giugno si svolgeva ogni anno, in un tempio in Atene, un vero e proprio rituale di culto devoto a questa pianta (Faba vulgaris). Pitagora, pur essendo uno strenuo sostenitore di quella che oggi definiremmo “cucina vegetariana”, paradossalmente proibiva in modo assoluto ai suoi seguaci il consumo di questo legume – anche il solo toccarle era considerato tabù – senza spiegare perché

Pitagora e le fave: una storia complicata con varie interpretazioni

Poche fave sgusciate in una ciotola,la loro forma ricorda i testicoli

E così dal VI secolo a.C. il quesito è rimasto irrisolto nei secoli, incuriosendo personaggi illustri e sollevando un incredibile numero di spiegazioni che vanno dalla superstizione alla reincarnazione al benessere. Eccone qualcuna...

  • C’era chi pensava che il filosofo le proibisse ai suoi discepoli perché si diceva contenessero le anime dei morti, facendone un vessillo di contaminazione, decadimento e impurità contrario alla filosofia pitagorica. A conferma, in età romana le fave facevano parte dei riti funebri, come ricordano ancora oggi, in epoca cristiana, i tipici biscotti umbri, le fave dei morti. Per i Greci ricordavano la forma delle immaginarie porte dell’Ade, il regno dell'oltretomba.

  • C’è chi trovava che avessero forma simile a testicoli, e le considerava un cibo afrodisiaco, anche perché, in età romana, le fave erano sempre molto presenti nei riti dedicati alla dea Flora, protettrice della primavera e della natura che germoglia. Per Plinio la fava “intorpidiva i sensi” mentre Aristofane raccontava che Ercole, considerato un grande amatore, ne fosse un grande consumatore. Curiosamente, esiste ancora oggi un piatto laziale, chiamato minestra di fave di Afrodite, che si rifà alla credenza che fossero uno stimolante erotico, il che le avrebbe sicuramente rese invise a Pitagora, che predicava il celibato.

  • Aristotele aveva una teoria politica: forse Pitagora le aveva in antipatia perché fave secche (bianche per il sì, nere per il no) venivano usate dai tiranni per votare le condanne all’esilio: evitarle significava il tenersi lontani da politica corrotta e violenta che non faceva parte degli insegnamenti verso l’armonia cari a Pitagora.

  • Diogene, da parte sua, sdrammatizzava con la tesi che Pitagora detestava le fave perché causavano aria e gonfiavano la pancia: “Ci si dovrebbe astenere dal mangiare fave, dal momento che esse sono cariche di vento e insieme a esso portano via parte dell’anima”.

Fave letali? La teoria più probabile

Un'ipotesi più moderna spiegherebbe l’avversione furiosa di Pitagora alle fave – avversione che la leggenda narra gli costò la vita quando, inseguito da sicari, si rifiutò di fare un solo passo pur di non avvicinarsi o nascondersi in un vicino campo di fave e fu così raggiunto.

  • Può essere che Pitagora abbia assistito a un episodio di favismo, una rara ma violenta malattia del sangue di origine genetica che colpisce alcuni individui, spesso mortale nel caso di bambini. Il consumo, l’odore o anche la semplice l'inalazione del polline di fave, come la contaminazione di altri legumi possono essere molto pericolosi e scatenare tachicardia, febbre alta, dolori addominali e la distruzione dei globuli rossi (anemia emolitica). Pitagora ne aveva probabilmente colto solo i perniciosi effetti.

Legume di primavera: le ricette di Sale&Pepe

Strisce di focaccia dorata guarnite con sale grosso e una ciotolina con una crema di fave e un cucchiaio

La fava era coltivata duemila anni prima di Cristo nell’Egitto dei faraoni, in Africa, Asia, Italia e Spagna. Per la maggioranza delle persone le fave hanno molti pregi (e qualche difetto): sono legumi estremamente digeribili, freschi e versatili, molto ricchi di proteine, fibre e vitamine come la C. In questa stagione le fave si trovano fresche (ipocaloriche), mentre surgelate, in scatola, oppure secche le trovate tutto l’anno.

La loro versatilità si ritrova in piatti meravigliosi e vari: si sposano benissimo con i salumi: da provare con la pasta fresca, sulla pizza, nella terrina di yogurt con fave e salame, nella vignarola laziale, nei muffin con il salame e nei panini al latte con la provola; con i formaggi, in particolare il pecorino; nelle quiche estive, in insalata.

Frullatele in purea, hummus, dip, budino o crema, anche piccante  – da provare la fava menava; la fave sono ottime con il riso e con la pasta, in insalata con pollo o senza, perfino con pesce e molluschi.

Francesca Tagliabue
giugno 2026

Francesca Tagliabue
Francesca Tagliabue

Lettrice instancabile, appassionata di racconti e di viaggi, è da sempre incuriosita dalla storia e dalla letteratura del cibo – come ingrediente e come alimento finito – e dalla cucina, intesa come arte del produrre cibo, momento sociale e tappa fondamentale evolutiva. Ama narrare storie e ricercare
le origini dei piatti e dei loro nomi. Si ritiene molto fortunata perché scrive
per lavoro e per diletto, insieme – Linkedin – Ph. Carlo Casella

 

 

 

Lettrice instancabile, appassionata di racconti e di viaggi, è da sempre incuriosita dalla storia e dalla letteratura del cibo – come ingrediente e come alimento finito – e dalla cucina, intesa come arte del produrre cibo, momento sociale e tappa fondamentale evolutiva. Ama narrare storie e ricercare
le origini dei piatti e dei loro nomi. Si ritiene molto fortunata perché scrive
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