Uno studio sdogana il cibo consolatorio

Uno studio sdogana il cibo consolatorio

Che male c’è a mangiare un dolcetto per consolarsi? Nessuno, anzi. Lo dice una ricerca dell’Università della California di Los Angeles che sdogana definitivamente il cosiddetto comfort food.

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portrait of a young woman with an ice cream
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Non sentitevi in colpa se cedete alla tentazione di consolarvi con un bel dolce in una giornata particolarmente dura. Anzi, sappiate che, se non avete esagerato, avete fatto il bene della vostra mente e del vostro corpo.

Lo sostiene uno studio del Dipartimento di psicologia dell’Università della California di Los Angeles (USA) e pubblicato online su Appetite (clicca qui) che invita a consumare un gelato, un biscotto, una barretta di cioccolato o un po’ di frutta secca per fronteggiare una situazione stressante, utilizzando il cibo nella sua valenza consolatoria. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 2.379 donne (età 18-19 anni) constatando tutti gli effetti positivi di un dolcetto giusto al momento giusto e sdoganando, con moderazione, il cosiddetto comfort food.

A eccezione delle persone depresse infatti gli scienziati hanno notato nella loro osservazione che le donne che ricorrevano al classico dolcetto consolatorio tendevano a reagire meglio alle situazioni emotivamente difficili e alla fine l’apporto calorico veniva largamente compensato da un traguardo psicologico. Nella risposta allo stress secondo gli esperti anche un semplice dolcetto può svolgere infatti un ruolo di tampone, obiettivo irrealizzabile invece in situazioni di depressione che esigono, presumibilmente, ben altri rimedi.

Se la giornata è stata particolarmente stressante si può dunque cercare il conforto di un amico/a, dell’analista, di un massaggio, dello shopping o, perché no, di un gelato o di un po’ di cioccolato, insomma di un po’ di comfort food. Con questo termine sempre più in voga si indicano appunto gli alimenti, normalmente dolci e di solito rigorosamente calorici, che pervadono di un senso di piacere chi li consuma, soddisfacendo un bisogno emotivo. Un esempio di cibo confortante viene citato addirittura in Proust, nei panni di un biscotto al burro nel tè dall’effetto fortemente terapeutico. Il valore aggiunto della ricerca americana sta dunque nell’aver attribuito un significato positivo a un comportamento da sempre ritenuto negativo per la salute (a causa dell’eccesso calorico e di zuccheri introdotti nell’organismo) e inutile sotto il profilo terapeutico. Resta da vedere se il comfort food è in grado di confortare anche gli uomini, considerato che i ricercatori americani hanno preso in esame un campione esclusivamente femminile.

Emanuela Di Pasqua,
8 ottobre 2015

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