I veri costi del caffè

I veri costi del caffè

Il prezzo del caffè è inferiore ai suoi costi reali, e a rimetterci sono i produttori del Sud del mondo. I dati dell’ultimo rapporto dell’International Coffee Organization

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Coffee (Coffea arabica) roasted beans in Coffee Producers Association, Intag Valley, northwest Ecuador
Sale&Pepe

Quanto costa un caffè? Non è la monetina da un euro di cui stiamo parlando, ma il complicato costo globale di questa bevanda dalla diffusione mondiale. Dalla piantagione alla tazzina, ne parla l'ultimo rapporto dell'International Coffee Organization (ICO) (clicca qui), l'organizzazione intergovernativa che si occupa di caffè.

Innanzitutto: negli ultimi 15 anni il consumo di caffè è aumentato, al ritmo sostenuto del 2,4% all'anno, e il trend non si arresta. La produzione non ha però seguito il passo, e in parecchi Paesi è calata pesantemente, fino e oltre il 30% (in media, in America Centrale, è calata del 24% dal 2011), salvo eccezioni come quella, straordinaria, del Vietnam. La produzione mondiale dell'anno 2014/2015 è stimata a 142 milioni di sacchi (un sacco equivale a 60 kg), per un giro d'affari di oltre 160 miliardi di euro. Ciò rappresenta un calo globale del 3,2% rispetto all'anno precedente (in linea con il calo del Brasile, -3,3%, che da solo produce quasi un terzo del caffè nel mondo). Colpa di vari fattori, ma la più grossa minaccia è quella degli eventi meteorologici estremi, come le piogge persistenti e la siccità che colpiscono i Paesi produttori, e del cambiamento climatico.

La produzione cala, dunque: per il 2015/16 Volcafè, uno dei maggiori commercianti di caffè al mondo, stima che ci sarà un deficit di 1,4 milioni di sacchi, e per il 2014/15 la stima è stata addirittura di 8,9. Due anni di fila di deficit, un'eccezione che non si era mai verificata in un secolo.
In realtà in linea generale succede l'esatto contrario: c'è in giro più caffè di quanto la popolazione mondiale riesca comunque a berne.

Ogni anno nel mondo si bevono oltre 500 miliardi di tazzine di caffè (di cui 14 di espresso italiano). Per ogni sacco e mezzo di chicchi di caffè nudo e crudo, però, ne esiste sul mercato uno solo di caffè tostato, quello cioè che verrà effettivamente bevuto. Un eccesso di offerta che non viene assorbito dalla domanda. Su tutto questo i costi di produzione aumentano, ma non c'è incentivo sul mercato per aumentare i prezzi del caffè. Che infatti rimangono bassi, molto bassi considerando i costi che devono sostenere i produttori.

Le ripercussioni sociali sono enormi: «Quando i prezzi sono più bassi dei costi di produzione, le opportunità per la popolazione rurale di rinnovarsi diminuiscono, dato che i giovani non hanno interesse a coltivare il caffè, e determina l'esodo verso i centri urbani e i Paesi sviluppati», si legge nello studio. Per l'economia, e quindi la stabilità, dei Paesi dove il caffè costituisce un export-chiave, è un disastro.

I costi principali di produzione del caffè sono la manodopera, i fertilizzanti e i prodotti come i pesticidi. Dopo la produzione, c'è la “post-produzione” con tutte le sue voci, dall'esportazione e trasporto, alla tostatura, alla commercializzazione e distribuzione. Ogni chicco di caffè ha un valore sul mercato che non riesce a coprire tutti questi costi, e in tutto questo i produttori rappresentano una frazione del prezzo finale.

Fino a 25 anni fa la ICO stabiliva prezzi minimi e massimi per il caffè sul mercato, in una sorta di mediazione tra i Paesi produttori e i Paesi consumatori. Il crollo degli Accordi ICO del 1989 ha dato il via ad una liberalizzazione del mercato in cui a rimetterci sono stati i Paesi produttori del Sud del mondo. Il prezzo del caffè è in mano alle multinazionali e i grandi investitori finanziari che speculano con i “futures”: solo le grandi aziende hanno il potere di influire sul prezzo, non certo i piccoli produttori e la stragrande maggioranza di quei 25 milioni di persone al mondo la cui economia si basa sul caffè.

Carola Traverso Saibante
3 aprile 2015

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