I tre paradossi che fanno più male al pianeta

I tre paradossi che fanno più male al pianeta

Sono lo spreco di alimenti, l’agricoltura cattiva, la coesistenza di obesi e denutriti. Ma da oggi il Protocollo di Milano intende combatterli sul serio

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Agricoltura intensiva
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Due persone obese o in sovrappeso per ogni essere umano malnutrito: 1,5 miliardi di troppo grassi contro 805 milioni di affamati.

Numeri inequivocabili dimostrano uno dei più grandi paradossi dei nostri tempi. Il cibo è troppo o troppo poco, in entrambi i casi dannoso. Eppure questa incongruenza è solo una delle tre messe in luce dal Protocollo di Milano che proprio oggi verrà presentato e discusso alla Bocconi nel corso della VI edizione del Forum su cibo e nutrizione organizzato dalla Fondazione Barilla con l'obiettivo di costituire una base di intenti per Expo 2015.

La carta dei "paradossi" prosegue con lo "Spreco di alimenti", che ogni anno riguarda 1,3 miliardi di tonnellate di cibo,  quantità equivalente addirittura a quattro volte quella necessaria a sfamare gli 868 milioni di persone malnutrite nel mondo e, infine, punta l'attenzione sul danno provocato dall'agricoltura non sostenibile, quella che "ruba" un terzo della produzione globale destinandola a mangimi per l'allevamento intensivo, quella che consuma una quantità d'acqua che dovrebbe dissetare 1 miliardo di persone e provoca la morte di 4000 bambini al giorno. 

Redatto con la collaborazione di 500 esperti internazionali e il sostegno, tra gli altri, del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, le associazioni ecologiste WWF e Legambiente, le confederazioni Coldiretti e Confagricoltura, gli enti umanitari Save the Children e Banco Alimentare, nonché Eataly e Slow Food, il Protocollo di Milano si pone anche degli obiettivi precisi e i traguardi entro cui realizzarli.

Il più ambizioso è ridurre lo spreco alimentare del 50% entro il 2020, un obiettivo da perseguire lavorando soprattutto sulle resistenze culturali e invertendo le più dannose e consolidate abitudini alimentari dei Paesi ricchi.

Il secondo bersaglio è fermare la corsa all'accaparramento delle terre agricole, il cosiddetto land grabbing. Questa sottrazione dei terreni avviene soprattutto ai danni del continente africano, dove i paesi ricchi in pochi anni si sono già accaparrati 227 milioni di ettari (sette volte l'estensione dell'Italia) e sono pronti a continuare in questa colonizzazione che apporta solo danni alle già afflitte popolazioni locali. Nemici da combattere sono pure la perdita di biodiversità agricola che sostituisce grano, riso e mais ai cereali locali, distruggendo quelle culture alimentari millenarie che producevano il cibo in modo compatibile con l'ambiente. 

Oggi il Forum darà anche spazio ai partecipanti del concorso che la Fondazione Barilla ha rivolto ai giovani talenti con buone idee per salvare il pianeta. I 150  progetti ammessi a gareggiare sembrano concentrarsi soprattuto sulla conoscenza e l'informazione del consumatore, al fine di farlo orientare in modo naturale verso un acquisto finalmente sano e sostenibile. Probabilmente hanno ragione. D'altronde le principali vittime dello spreco delle risorse e del deterioramento del pianeta sono proprio loro.

"Stiamo andando verso una crescita della popolazione che in 30 anni ci porterà a dover sfamare 2,6 miliardi di persone in più". È la considerazione degli esperti del WWF. "Se in tutto questo tempo continuassimo a consumare come facciamo in Italia e nel resto dell'Occidente, ci serviranno due pianeti e mezzo per sopravvivere". E trent'anni non sono lontani, in pratica stiamo rendendo molto difficile la vita dei nostri figli.

Eppure neppure se si trovassero tra coloro che potranno alimentarsi con abbondanza sarebbe una buona notizia. L'obesità, infatti, così come il consumo smodato di proteine animali e l'inquinamento del pianeta causato da emissioni di anidride carbonica e residui chimici dell'agricoltura intensiva, sono tutti fattori di mortalità che figurano ai primi posti della classifica elaborata dall'Organizzazione mondiale della Sanità, ancora prima della stessa malnutrizione .

Daniela Falsitta,
3 dicembre 2014


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