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Luoghi e PersonaggiLuoghiTurismo dell'olio in Umbria, tra Trevi, Alta Valtiberina e cammini

Turismo dell'olio in Umbria, tra Trevi, Alta Valtiberina e cammini

Un itinerario nei colori dell’Umbria, tra l’argento della Fascia Olivata di Trevi e i seccatoi di Burri. Per immergersi nella cultura millenaria dell’extravergine. E farlo a ritmi lenti, scoprendo il territorio passo dopo passo in tutte le sue sfumature. Magari anche a piedi, lungo il Cammino di San Francesco, come vi suggeriamo in sintonia con Starbene, con cui inauguriamo una nuova rubrica

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Verde e argento sono questi i due colori che hanno accompagnato il mio breve viaggio a Trevi e dintorni, dove il verde è dato da boschi e colline e l’argento dalle migliaia di piante di ulivo che mi hanno circondata per qualche giorno. “Non sei mai stato nell’Umbria: e non hai goduto del silenzio dei suoi antichi paesi, e della morbidezza dell’erbe che ricoprono i suoi colli; e della varietà dei fiori delle sue valli”, ha scritto con intenso amore per la sua terra, il poeta ed etruscologo umbro Nino Boriosi, amico di un altro grande conterraneo, Alberto Burri, artista contemporaneo di fama internazionale che alla sua terra, Città di Castello, ha donato molte sue opere. L’ Umbria è fatta così, entra nel cuore dei suoi abitanti e di chi la visita. È una piccola regione dove tutto si interseca: arte, letteratura, tradizione, natura, musica, storia, agricoltura, tanto lungo il cammino dei santi così come nei borghi arroccati, nelle città o dove non te lo aspetti. La dolcezza del paesaggio fa da contrappunto al carattere rustico ma sincero dei suoi abitanti, alla cucina saporita del territorio e a quell’olio extravergine di oliva Dop Umbria, la cui conoscenza era l’obiettivo del mio viaggio. Non potevo che partire da “lu centro de lo munno”, ossia Foligno, come i suoi abitanti amano definirla, il più importante snodo ferroviario della regione. Il prossimo giugno la città festeggerà gli 80 anni della Giostra della Quintana: un torneo cavalleresco dove si sfidano dieci rioni che attira ogni anno oltre 70.000 persone. Foligno insieme ad Assisi, Spello, Trevi, Campello sul Clitunno e Spoleto è uno dei sei comuni che fanno parte della Fascia Olivata: un paesaggio pedemontano unico, nel quale mi sono immersa sino ad arrivare a Trevi, considerata la cru dell’olio extravergine d’oliva Dop Umbria.

La fascia olivata Assisi Spoleto

Ulivi della fascia olivata Assisi Spoleto

Per descriverla posso partire dai numeri: 9000 ettari dedicati all’olivicoltura lungo una fascia appenninica di oltre 40 chilometri che abbraccia sei comuni, un milione e mezzo circa di piantoni, così si chiamano in Umbria gli alberi di olivo, piantati tra i 200 e i 500 mt di altitudine che danno reddito a 4225 aziende olivicole. Il resto è lavoro, sapienza e tecnica che si perpetuano da secoli, ma anche pura poesia perché davanti agli occhi si estende un paesaggio unico e irripetibile. La fascia olivata viene definita “paesaggio culturale vivente” oppure “un’opera combinata della natura e dell’uomo” e in effetti così è, qui l’olivo in natura non c’era, ma l’uomo ce l’ha piantato dimostrando la capacità di trasformare le difficoltà fisiche di un territorio in un’opportunità di crescita. Gli oliveti che ricoprono i pendii, i muretti a secco, la scelta delle varietà coltivate in grado di resistere a un clima continentale e i sistemi produttivi sono opera dell’uomo che ha lavorato nel rispetto del territorio. Per tutti questi motivi nel 2018 la FAO ha conferito alla fascia olivata il riconoscimento di Sistema agricolo di Importanza Mondiale, c.d.Sito GIAHS-Globally Important Heritage Sistem e recentemente è stato avviato anche l’iter per il riconoscimento della zona come patrimonio Unesco.

Oleoturismo nel cuore verde dell'Italia

Olive frantoioPh. Pier Paolo Metelli studio

Ci sono molti modi per visitare l’Umbria: chi predilige i luoghi della fede, chi gli itinerari artistici, chi quelli naturalistici o le tappe enogastronomiche. In realtà l’oleoturismo li unisce tutti. La visita ai frantoi, alcuni sono anche agriturismi, l’assaggio dell’olio e due chiacchiere con il frantoiano fanno entrare in sintonia con il territorio che, in particolare nella fascia olivata, è ricco di testimonianze artistiche importanti, di eremi monastici, abbazie Benedettine, chiese romaniche ed è punteggiato dalla presenza di incastellamenti, mulini storici, magnifiche ville e comuni storicamente importanti. A incentivare l’oleoturismo in Umbria ci pensa da vent’anni l’Associazione Strada dell’Olio Extravergine d’Oliva Dop Umbria che attraverso una rete stabile di aziende, associazioni e partner propone esperienze nella regione, oltre a pacchetti turistici e indicazioni su dove alloggiare e mangiare. Tra le manifestazioni più famose promuove Frantoi aperti in Umbria, l’Anteprima Olio Dop Umbria, il lancio delle annate olearie, gli itinerari tra comuni ad alta vocazione olivicola e anche la grande pedalata lungo la fascia olivata dei colli Assisi- Spoleto.

Il sentiero degli ulivi

Persone che camminano sul sentiero degli ulivi

I “Cammini” fanno oggi parte di un turismo lento che sta crescendo di anno in anno. Nel 2024 ci sono stati oltre 1,4 milioni di pernottamenti in tutta Italia. In Umbria, terra di turismo religioso, passano le Vie e i Cammini di San Francesco che rappresentano un grande itinerario spirituale e naturalistico in grado di collegare i luoghi chiave della vita del Santo d’Assisi, di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni dal Transito. Nel tratto umbro che collega Spoleto ad Assisi si inserisce il Sentiero degli Ulivi che incrocia in due punti quello che Francesco affrontò nel 1218 per recarsi da Assisi a Monteluco. Realizzato grazie al CAI, è lungo 70 km e si snoda ad una altezza di 500-600 mt   offrendo splendici scorci panoramici. Su tutto il percorso gli olivi di varietà moraiolo (la più diffusa in Umbria), affiancano il viandante insieme agli elementi costruiti dall’uomo per coltivare nei secoli l’olivo: come i ciglioni (una tecnica di modellamento del terreno), le chiuse (oliveti delimitati perché in pendenza) e le torri colombaie, strutture rurali in pietra per l’allevamento di piccioni e colombi allo scopo di ricavare il guano per fertilizzare i terreni. Nel 2025 attraverso i Cammini di San Francesco sono giunti davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli ben 4500 pellegrini.

Trevi che bellezza!

Trevi vedutaPh. Pier Paolo Metelli studio

Unico e inconfondibile, questo borgo costruito a cerchi concentrici che ricorda una chiocciola, colpì anche lo sguardo di Giacomo Leopardi in uno dei suoi viaggi verso Roma. Il poeta citò Trevi nel poemetto Paralipomeni della Batracomiomachia definendola “uno scenario di tetti librati in aria” e “un incantesimo per il viandante che passa”. E così è apparsa anche a me come sospesa nell’aria sopra la bruma mattutina con quella sua forma conica e raccolta che asseconda la forma del colle su cui sorge. A difenderla due monti, Serano e Brunette, allora leggermente innevati e intorno ulivi a non finire. 

Dedica di Leopardi, torre civica e teatro ClitunnoTorre civica, dedica di Leopardi, e Teatro Clitunno

Il centro è piazza Mazzini con la Torre civica e il Palazzo Comunale che non esisteva quando di qui passò San Francesco per predicare. Girando Trevi, tra stradine e vicoletti, si rimane sorpresi dalla quantità di palazzi nobiliari dovuti al rinnovamento edilizio della città, tra il XIV e il XVI secolo, operato dalle ricche famiglie di Trevi che svolgevano incarichi importanti nella Roma pontificia. Contemporaneamente avvenne anche lo sviluppo della coltivazione degli olivi e il commercio dell’olio. Nel 1460 nasce qui uno dei primi Monti di Pietà italiani e dieci anni apre la quarta tipografia d’Italia.

Un museo sulla civiltà degli Ulivi

Poco distante da Piazza Mazzini nell’ex convento di San Francesco si trova l’omonimo Complesso Museale che comprende la Pinacoteca con pezzi di estremo pregio e due musei, quello archeologico e della Civiltà dell’Olivo. Ne consiglio la visita prima di acquistare una buona bottiglia di olio umbro Dop: coltura dell’olivo, produzione dell’olio ma anche tecniche, tradizioni e un po’ di folclore vi saranno svelati in maniera completa. Non si può andare via da Trevi, che oggi fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia, senza aver visto Palazzo Lucarini, sede di mostre di arte contemporanea, la seicentesca Villa Fabri con i suoi affreschi e i giardini terrazzati che si aprono sulla valle e il Teatro del Clitunno: un piccolo gioiello architettonico costruito nel 1875 che contiene 220 spettatori e conserva un prezioso sipario ottocentesco del pittore Domenico Bruschi. Da piazza Mazzini attraverso via Dogali si raggiunge la sommità del colle e la cattedrale di Sant’Emiliano, primo vescovo di Trevi e patrono della città. Martirizzato nel 304 d.C., nella vicina frazione di Bovara, legato a un ulivo, viene festeggiato ogni anno il 27 gennaio con una suggestiva processione.

Una processione...

Processione dell'Illuminata

Quella di Sant’Emiliano è una delle processioni più suggestive e vecchie d’Italia, se non addirittura la più vecchia, tenuto conto di un documento del 1355 in cui si ricorda il precetto di partecipare alla celebrazione “avendola sempre fatta”. La processione ha un rito ben preciso, la sera del 27 gennaio alle 18,30 la statua del patrono viene portata per le vie della città, preceduta dai labari (vessilli), poi dai “cerei” (apparati che rappresentano le corporazioni). Tutti coloro che sfilano hanno un ordine di uscita prestabilito, il corteo segue il tracciato interno della seconda cerchia di mura castellane, lo stesso percorso dal 1264. La processione è detta dell’Illuminata perché, anticamente, per sopperire al buio dei pomeriggi invernali, non sarebbero bastate le poche fiammelle che illuminavano le strade, occorreva accendere un numero straordinario di fuochi e fiaccole per rendere luminoso il percorso e lo spettacolo visibile in tutta la valle. Con l’avvento della luce elettrica, si è tentato di illuminare ancora di più ogni angolo del percorso, ma da vent’anni a questa parte il tentativo è quello di riportare la processione al suo spirito iniziale riproponendo l’antica suggestione delle fiaccole.

...e tante marangole 

Se la luce è la componente scenografica della celebrazione, le arance, ancora oggi, sono un elemento caratterizzante della festa e della fiera che segue il giorno dopo. Un tempo si trovavano nella zona solo in periodi limitati e, provenendo da regioni distanti, erano rare e costose. In realtà le arance dolci hanno solo sostituito un agrume antico, la melangola o merangola, un’arancia amara selvatica robusta e resistente al freddo, che aveva attecchito in Valnerina già qualche secolo dopo Cristo. Dalla vallata umbra sicuramente si è diffusa in altre parti della regione soprattutto dove c’erano oliveti, qui le piante venivano coltivate perché il loro odore forte allontanava gli insetti. Inoltre il succo di questo frutto era usato per condire la bruschetta che si faceva con l’olio novello. Oggi la pianta di merangolo è quasi scomparsa, se ne conservano in Umbria pochi esemplari: al contrario non è stata dimenticata la consuetudine di versare un filo d’olio evo su un’arancia dolce, sopra una fetta di pane o no. E ve lo assicuro è davvero buona.

Il Perugino dove non te lo aspetti

PeruginoPh. Pier Paolo Metelli studio

Uscendo da Trevi in direzione sud verso la via Flaminia non si può non passare dal Santuario della Madonna delle Lacrime e sorprendersi per quello che si trova al suo interno. È stato costruito nel '500 sul luogo dove esisteva la casa di un certo Diotallevi Santilli che, nel 1483, aveva fatto dipingere a scopo devozionale una Madonna con Bambino e San Francesco. La storia racconta che il 5 agosto del 1485 da quel dipinto sgorgarono lacrime color sangue, a memoria dell’avvenimento il Comune e alcune famiglie di Trevi decisero di erigere il santuario. Tra il 1520 e il 22 lavorarono alla decorazione di due cappelle Pietro Vannucci detto il Perugino e Giovanni di Pietro detto lo Spagna. Il primo che aveva già 76 anni, ricevette dagli abitanti della vicina frazione di Bovara, l’incarico di decorare la seconda cappella sulla parete destra della navata, ne nacque la scenografica Adorazione dei magi con ai lati i Santi Pietro e Paolo. Al secondo si deve invece il Trasporto di Cristo che decora la cappella dedicata a San Francesco. Nella già citata Bovara, dove un tempo nelle acque del Clitunno venivano purificati i buoi prima di offrirli alla divinità, vale la pena di vedere ancora qualcosa. Qui sorgeva l’Abbazia di San Pietro, di cui oggi rimane solo la chiesa del XII secolo che fu importante per lo sviluppo della viticoltura e dell’olivicoltura. Era autonoma e potente, tanto da tenere alle sue dipendenze un centinaio di chiese non solo nel territorio trevano. A pochi passi dall’abbazia c’è un olivo millenario sotto le cui fronde che dev’essere immortalato da una fotografia.

1800 anni portati benissimo

olivo di sant'emilianoOlivo di Sant'Emiliano (Ph. Pier Paolo Metelli studio)

Abbracciarlo non è possibile perché la sua circonferenza è assai più larga delle braccia di una persona, ma viene voglia di farlo. L’olivo di Sant’Emiliano è uno dei più vecchi d’Italia, di fronte alla sua longevità e alla sua maestosità si rimane emozionati, si prova rispetto come fosse un vecchio saggio che ne ha viste tante e così dev’essere stato. L’albero si trova a Bovara, una piccola frazione del comune di Trevi ritenuta sacra dai pagani e le sue misure sono da pin up. La circonferenza del tronco alla base è di 9 metri, quella della chioma di oltre 8 per un’altezza di cinque. Il tronco non è più intero ma fessurato e diviso. Recenti indagini, effettuate con l’ausilio del radiocarbonio, hanno confermato che è un ulivo ultra millenario, mentre gli studi effettuati per capire la varietà lo collocano geneticamente a metà tra un Olivastro e un Moraiolo, cosa possibile perché nel comprensorio spoletino si trovano altri due esemplari affini. La sua storia, come si legge in un codice del nono secolo, è collegata a Sant’Emiliano, primo vescovo di Trevi che fu decapitato tra il 303 e il 304 d.C. dopo essere stato legato a un giovane olivo, da sempre identificato come la pianta presente a Bovara.

Ma che olio si produce qui?

Assaggi Olio Dop Umbria

Una buona occasione per visitare Trevi, che fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, è Festivol: una rassegna che si tiene ormai da quasi 18 anni, all’interno della manifestazione Frantoi Aperti, nata in Umbria nel 1997. Ideata per festeggiare l’olio extravergine nuovo e la prima spremitura, Festivol si tiene nei primi giorni di novembre con una mostra mercato dell’olio evo di qualità e un ricco calendario di eventi. L’olio di Trevi è considerato infatti un’eccellenza all’interno della Dop Umbria Colli Assisi-Spoleto, è prodotto con l’80% di olive della cultivar Moraiolo, il 15% di Frantoio e solo il 5% di Leccino e/o altre varietà. Chi passa per Trevi in quell’occasione, può acquistare anche un altro prodotto tipico, il sedano nero. L’ortaggio, oggi Presidio Slow Food, viene di solito seminato alla vigilia di Pasqua e raccolto tra ottobre e novembre, ha coste di colore verde scuro, è alto anche un metro, privo di filamenti ed è profumatissimo. Se l’olio evo di Trevi eccelle, altrettanto di qualità sono gli oli prodotti nelle altre zone dell’Umbria, che è l’unica regione italiana ad aver ottenuto il riconoscimento della Dop su tutto il suo territorio, come tiene spesso a sottolineare Paolo Morbidoni, presidente della Strada dell’Olio e.v.o. Dop Umbria: “ogni anno con l’anteprima Dop della campagna olearia affermiamo l’importanza della certificazione di origine e quindi del valore del territorio nel sostenere la reputazione di un prodotto. L’olio umbro malgrado rappresenti solo il 2% della produzione nazionale, ha una reputazione altissima e viene certificato in percentuali 5 volte maggiori rispetto alla media del Paese”.

Una Dop con 5 sottozone

Il panorama olivicolo umbro è caratterizzato da diverse varietà, tra cui la cultivar Moraiolo è quella maggiormente coltivata seguita da Frantoio e Leccino e da varietà molto antiche, millenarie, che caratterizzano le sottozone perché la Dop Umbria è accompagnata da cinque menzioni geografiche che identificano altrettanti territori in cui l’olio può essere prodotto.

  • La sottozona Colli del Trasimeno, si estende in 17 comuni tra cui Perugia, Città di Castello e Castiglion del Lago. Tra le cultivar oltre a Leccino e Frantoio accoglie un minimo del 15% di dolce agogia: una varietà antica, autoctona e resistente al freddo. L’olio che ne deriva è complesso e strutturato dal sapore intenso e marcato, perfetto per vellutate, zuppe, pece e carne alla griglia.
  • La sottozona Colli Orvietani, prende il nome dalla città della rupe su cui si estende insieme ad altri 16 comuni. Nelle varietà predomina Leccino e in ordine decrescente frantoio, cultivar locali minori e Moraiolo. L’olio è mediamente fruttato con note amare e piccanti in linea con le altre sottozone Dop, perfetto con funghi porcini, insalate zuppe di verdura.
  • La sottozona Colli Amerini si estende a sud, nella provincia di Terni, ed è una bella combinazione di varietà tra cui la Raio, una cultivar antica e pregiata, marcatrice del territorio e ultra resistente al freddo. L’olio è mediamente fruttato con spiccate qualità aromatiche amare che ricordano il carciofo. Ottimo per il pesce di lago, verdure e carni bianche.
  • La sottozona Colli Martani è al centro dell’Umbria e comprende 15 comuni tra cui Montefalco, Deruta, Torgiano. Le varietà devono essere San Felice, Frantoio e Leccino al massimo all’80% poi Moraiolo e altre varietà. L’olio è caratterizzato da una delicata nota erbacea che si sviluppa con note tendenti all’amaro e al piccante, perfetto per bruschette e insalate.
  • La sottozona Colli Assisi-Spoleto che interessa ben 29 comuni tra cui Trevi, si trova al centro est della regione. Quest’olio deve contenere almeno il 60% di Moraiolo, il 30% al massimo di Leccino e Frantoio e di altre varietà è ammesso il 10%. Ha un profumo intenso a livello olfattivo erbaceo, con note spiccate nell’amaro e nel piccante, ottimo con le bruschette, crostini con fegatini, zuppe di legumi e cereali, carni rosse alla griglia e ragù.

Un castello per artisti

Castello di Civitella RanieriCastello di Civitella Ranieri

Lasciata Trevi la mia full immersion nel territorio umbro prosegue in direzione di Città di Castello nell’alta Valtiberina.  Qui mi aspettano altre scoperte a dimostrazione, ancora una volta, di come arte antica e moderna, prodotti tipici e tradizioni contadine siano collegate. In realtà questo tour avrebbe potuto durare moltissimo se fossi riuscita a far deviare il pulmino sul quale viaggiavo, ogniqualvolta si presentava un’indicazione interessante. Per esempio mi sarebbe piaciuto svoltare verso la statale 77 per visitare quella che è definita la Venezia dell’Umbria, ossia il borgo di Rasiglia, frazione di montagna del comune di Foligno con soli 40 abitanti. Caratterizzato da numerosissimi ruscelli, rivoli e cascatelle che nei secoli avevano reso famoso il paese per lo sviluppo di molteplici attività come mulini e opifici. Tornata sulla statale 3 avrei preso la deviazione per Spello: bellissimo borgo medioevale, famoso per l’infiorata del Corpus Domini e le chiese affrescate dal Pinturicchio, per poi girare verso Cannara nota per la sua cipolla rossa, oppure dalla parte opposta a Spello sarei andata verso Rivotorto per vedere dove mossero i primi passi i compagni di San Francesco. E perché non uscire allo svincolo per Assisi o per Perugia? Invece imboccata prima la statale 3 e poi la E45 mi sono fermata poco prima di Umbertide al castello di Civitella Ranieri per scoprire un posto molto interessante. Nato come fortezza, ampliato e ricostruito nel XV secolo dai conti Ranieri, ha sempre portato avanti la sua vocazione agricola sino alla metà del novecento. Nel 1950 arriva dagli Stati Uniti Ursula Corning parente acquisita dei Ranieri, si innamora del posto, torna spesso, invita intellettuali, artisti e il castello riprende vita. Ursula capisce che quel posto deve continuare a vivere anche dopo di lei. Con il suo lascito nasce nel 1995 la Civitella Ranieri Foundation con sede a New York e il castello si trasforma in una residenza per artisti internazionali. Ancora oggi la Fondazione accoglie e offre alloggi, vitto e spese di viaggio ogni anno per sei settimane a una dozzina di artisti affermati, tra musicisti, pittori scultori e scrittori, selezionati da una giuria. In alcune occasioni la Fondazione organizza eventi aperti al pubblico, altrimenti il castello è visitabile solo durante la manifestazione Frantoi aperti, perché nella tenuta si produce olio.

Il tabacco e il museo Burri

Museo BurriMuseo Burri

Un po’ più di venti chilometri separano Civitella Ranieri da Città di Castello dove l’arte contemporanea di Alberto Burri si mescola alla coltivazione del tabacco di cui tutta l’alta Valtiberina umbra è stata protagonista in passato. Oggi, pur ridimensionata, la produzione e la lavorazione di questa pianta proseguono in zona dando lavoro a 2500 persone circa. Le vecchie strutture industriali dismesse sono entrate a far parte del paesaggio, talvolta recuperate come centro commerciale e meglio ancora come museo e questo è il caso del grande seccatoio di tabacco situato alle porte di Città di Castello. Bisogna ringraziare Alberto Burri (1915-1995), tifernate, uno dei più grandi artisti del novecento, per aver deciso di recuperare questo esempio di archeologia industriale e usarlo per ospitare i suoi ultimi lavori. Oggi sono esposte 128 opere realizzate tra il 1974 e il 1993. Pioniere dell’arte informale e precursore dell’arte povera ha rivoluzionato il panorama artistico internazionale usando materiali poveri e industriali come sacchi, catrami, materie plastiche, ferro. Non senza suscitare critiche in passato. Il museo è affascinante per molti motivi. Del suo passato di seccatoio rimangono i ganci dove le foglie di tabacco venivano appese, mentre i suoi grandi spazi sono stati utili nel 1966 per accogliere i volumi della Biblioteca Nazionale e del Tribunale di Firenze dopo l’alluvione, in attesa del restauro. Oggi gli stessi spazi avvolgono le grandi opere di Burri, collocate per cicli. Si gira in silenzio come in un santuario.

Beniamino Gigli e l'Abbazia di Monte Corona

Come un ping pong dall’arte contemporanea torno all’arte antica, quella religiosa dell’Abbazia di Monte Corona, vicina a Umbertide. Vero gioiello dell’architettura romanica, è stata una delle più importanti abbazie benedettine umbre, legata alla storia dell’ordine dei Camaldolesi e sede di importanti attività economiche. Ancora oggi è ben riconoscibile per la torre campanaria di forma ottagonale. Con l’unità d’Italia e l’esproprio in Umbria dei beni ecclesiastici la proprietà dell’abbazia è stata smembrata, oggi solo la chiesa superiore e l’abbazia sono gestite dai religiosi, il resto del complesso è privato ed è costituito da una vastissima azienda agricola, una delle più grandi della regione. Nel 1938 questa parte venne acquistata dal tenore Beniamino Gigli che al profilarsi della seconda guerra mondiale la vendette all’istituto finanziario della famiglia Agnelli, successivi passaggi nel corso del tempo la vedono oggi proprietà del gruppo Unipol.

Termino l’esperienza in questo spicchio di Umbria con le parole di Giulio Scatolini, assaggiatore professionista di oli e capo panel COI (Consiglio oleicolo internazionale), che definisce l’Umbria terra di Santi, Vinsanti, Sagrantini e di San Felice, una cultivar di olivo autoctona e antica. Ma sostiene anche che questa regione è la cerniera tra due grandi classi dei grassi. Da una parte il grasso vegetale simbolo della civiltà mediterranea, l’olio. Dall’altra il grasso dell’animale simbolo della cultura mitteleuropea: il maiale. Fatti due conti mi manca ancora molto da vedere in questa regione e lascio il vino e la norcineria per un altro viaggio. Perché non si può vedere il cielo umbro solo a metà.

Laura Maragliano,
febbraio 2026

Laura Maragliano
Laura Maragliano

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

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