Plastica nel cibo: come difendersi?

Plastica nel cibo: come difendersi?

Quanta plastica mangiamo? Tanta. La geografia degli oceani è stravolta dalle isole di plastica, che uccide la vita marina e minaccia la nostra salute. Ma la “plastica buona”, biodegradabile e proveniente da fonti rinnovabili, adesso è finalmente una realtà solida. Ce ne parla l’esperto Alessandro Carfagnini.

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Cosa c’è di più buono, sano e nutriente del pesce in cucina? Ricco di acidi grassi saturi e Omega 3, è un ingrediente ricorrente di ogni ricetta di popolazione longeva. Il pesce (e in cucina si intendono anche molluschi e crostacei) è anche tra gli ingredienti-base della dieta mediterranea – quella grazie a cui, pare, siamo ancora il Paese più sano al mondo. Rappresenta una delle maggiori fonti di proteine, con in più il vantaggio della maggiore digeribilità e della bassa concentrazione di colesterolo. Peccato che il mare sia letteralmente invaso da montagne di plastica e quando si calano le reti in certi posti si raccoglie più plastica che vita marina. Un paio d’anni fa la scienza ha individuato un batterio che si nutre proprio di PET, che costituisce una buona porzione della plastica che ha travolto i nostri mari. Per adesso, però, ciò non basta a salvare il pianeta…

Ma esattamente quanta plastica c’è nell’oceano? Lo scorso anno, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani (8 giugno), la Fondazione Ellen Macarthur, istituzione leader nel sostenere un’economia ecosostenibile, ha diffuso i dati aggiornati e validati dall Programma dell’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP): ogni anno al mondo vengono prodotte 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica e 8 milioni finiscono in mare(9,5 Secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura). I pezzi di plastica formano immense isole nell’oceano, in particolare l’Isola di Plastica del Pacifico che, secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature un anno fa, è molto più immensa di quanto finora stimato: la plastica oramai copre un decimo della superficie dell’Oceano Pacifico. Secondo l’UNEP se non si corre ai ripari entro il 2050 la massa di plastica negli oceani supererà in peso quella dei pesci di tutti i mari.

Colpa dell'industria alimentare, specialmente gli imballaggi di cibi e bevande, in particolare quelli monouso che oramai imperversano nella grande distribuzione (e poi anche il settore dell'abbigliamento). I pezzi di plastica più grossi strangolano gli animali, come le foche, o le tartarughe, mentre i frammenti più piccoli- le famose ‘microplastiche’ - vengono ingeriti dai pesci, e arrivano agli esseri umani attraverso la catena alimentare. Tonni, pesci spada, crostacei, molluschi – e in particolare le cozze – e persino nel sale marino. L’organizzazione ambientalista Greenpeace ha recentamente analizzato 39 campioni di sale da cucina provenienti da varie nazioni: in 36 di erano presenti microplastiche, ovvero particelle di plastica di dimensioni inferiori ai 5 millimetri. Altri studi hanno condotto alle stesse conclusioni. Se le  conseguenze delle microplastiche per la salute dell'uomo i cui tessuti assorbono le microplastiche non sono ancora chiare, una cosa è sicura: le microplastiche sono tossiche.

Attenzione: le microplastiche nel nostro cibo non vengono solo dal mare (dove, peraltro, tra i peggiori inquinatori spiccano a sorpresa le lavatrici – grazie ai frammenti di tessuti sintetici rilasciati nelle loro acque di lavaggio – e i pneumatici – grazie alle particelle di gomma dovute all’usura). Le microplastiche si trovano in grandiosa abbondanza nell’acqua che beviamo, e finiscono nei nostri piatti persino sotto forma di polveri che mangiamo insieme al cibo (microframmenti di plastica proveniente per esempio dall’arredamento). La diffusione delle microplastiche nella catena alimentare è orami fuori controllo, persino le zanzare vi contribuiscono. Risultato: un recente studio dell’Università di medicina di Vienna ha documentato che media vi sono 20 frammenti di microplastiche ogni dieci grammi di feci umane…

La bella notizia però è che qualcosa d'importante si sta muovendo e, oltre a un continuo richiamo a un atteggiamento più eco-friendly da parte delle nuove generazioni, esistono persone impegnate nella ricerca di nuovi materiali, di plastiche che non siano plastiche, insomma, magari addirittura commestibili.

 “È una generazione di plastiche derivate da processi di fermentazione, che non vengono più dal petrolio e se accidentalmente sono dispersi in mare, possono essere biodegradate - ci spiega l’esperto Alessandro Carfagnini, chimico e sviluppatore di bioplastiche. “È la famiglia delle bioplastiche a base di PHA, un polimero che ha la qualità di provenire da fonti rinnovabili e uno dei pochi polimeri che viene rimangiato dai microrganismi presenti nell’acqua nel mare: rientra così nel ciclo biologico e non produce dunque le isole plastica. Sono tra l’altro prodotte con impianti anche a bassa tecnologia, sostenibili quindi anche per i Paesi in via di Sviluppo”.

Negli anni passati ci sono stati progetti innovativi che più che vere tecnologie erano delle sorte di “prove d’artista”. Come il materiale progettato dallo studente Ari Jònsson, a base di acqua e agar agar, per puntare verso una bottiglia ecologica e commestibile: una bella cosa, ma inapplicabile perché, ammesso che la bottiglia non si sciolga, rilascia comunque il sapore di ciò di cui è fatta, in questo caso un’alga. O gli anelli per tenere unite le birre in lattina utilizzando una plastica commestibile per gli animali prodotti da una piccola azienda di birre in Florida, la Saltwater Brewery, (spesso questi oggetti infatti finiscono in mare, causando problemi sia per l’inquinamento sia per tartarughe e pesci che vi rimangono intrappolati).

Adesso però stiamo arrivando a delle soluzioni vere: “Sì, è una vera soluzione: forse la bottiglia dell’acqua in bioplastica è ancora difficile da produrre (ci sono varie barriere, tra cui quella del sapore) – continua Carfagnini - ma tante altre cose si riescono a fare, per esempio i bicchierini da caffè piuttosto che tutte quelle vaschette con cui si confezionano gli alimenti – e oltretutto vanno bene anche per il microonde”.

Ci sono degli importantissimi e solidi progetti in corso, come quello europeo RES URBIS (coordinato, tra l‘altro, da un italiano) di convertire gli scarti alimentari in plastica “buona”: tutto ciò che si butta nel bidone dell’umido diventerà una bioplastica del futuro. E  non pensiamo solo agli scarti domestici, ma tutti i ristoranti, i parchi, insomma, molti tipi di bio-rifiuti trasformati in nuovi bio-materiali.

“La sostenibilità è un bisogno umano, umanistico, che richiede una risposta e soluzioni tecnico-scientifica (e tecnico-normative) – conclude Alessandro Carfagnini - Per fortuna ci stiamo arrivando: oggi fare  scelte che ci fanno stare bene nel presente senza compromettere il benessere delle future generazioni è davvero possibile”.

Emanuela Di Pasqua
13 luglio 2016
aggiornato da Carola Traverso Saibante
marzo 2019

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