A Ozzano Taro, l'incredibile collezione di Ettore Guatelli trasforma la memoria contadina e il design spontaneo nella "Cappella Sistina degli Umili"
A Ozzano Taro, nel cuore della food Valley parmense, in un pugno di stanze che un tempo erano una normale casa colonica e oggi sono spazi espositivi assolutamente peculiari, Ettore Guatelli ha costruito qualcosa che non assomiglia a nient'altro: 60 mila oggetti - pentole, chiodi, ombrelli, attrezzi agricoli, ante d'armadio - trasformati in un museo che lo storio dell'arte Federico Zeri ha sapientemente definito "Cappella Sistina degli Umili".
A differenza dei musei etnografici tradizionali, qui gli oggetti non sono suddivisi per categoria o funzione. Guatelli li dispone per forma, per accostamento visivo, per suggestione, creando composizioni che si avvicinano più a un'installazione d'arte che a un ordinamento da catalogo. È un work in progress continuo: non un esemplare per tipo, ma accumulo. Due ombrelli identici restano entrambi esposti, perché Guatelli ne chiedeva in continuazione, avendo in mente un progetto, mai realizzato, da intitolare "Il volo del gabbiano".
Quando cominciò a raccogliere questi oggetti, negli anni '50 e '60, nessuno li considerava belli: erano cose dismesse, da buttare. È stato lui, in un certo senso, a educare a un'idea estetica che allora non esisteva.
Un percorso di visita esiste, ma noi, in pieno stile Guatelli - che agli oggetti non imponeva mai un ordine rigido, preferendo lasciarsi guidare dall'istinto e dall'accostamento - vi raccontiamo prima i due locali che ci hanno conquistato più degli altri: la cucina, dove utensili di ogni giorno diventano bassorilievi e installazioni, e la stanza delle latte, un intero universo di colori fatto di scatole e confezioni d'epoca.
Qui Guatelli costruisce dei veri e propri bassorilievi assemblando pezzi di legno da cucina; ante d'armadio diventano installazioni insieme alle grattugie; i taglieri, allineati, compongono quello che si potrebbe definire un fregio.
Ciotole, brocche e teiere colorate rivestono le pareti come un mosaico, accostate per colore e forma più che per provenienza o uso.
Un intero locale, forse il più suggestivo, è colorato dalle latte e dalle confezioni pubblicitarie d'epoca: Rodolfi, Barilla, Plasmon e altri marchi storici del territorio.
Pentole, padellini e mestoli, appesi e disposti secondo la loro sagoma, disegnano sul soffitto una vera e propria tappezzeria tridimensionale.
Botti, contenitori e recipienti di ogni tipo accompagnano la salita lungo una delle scale della casa, alcune, come racconta la Fondazione, assemblate da Guatelli stesso legando insieme scale diverse per raggiungere l'altezza necessaria.
Qui, tra gli altri oggetti, alcuni strumenti musicali di una banda locale sono stati disposti a incorniciare una finestra: la luce che entra, cambiando con le ore e le stagioni, diventa parte stessa dell'installazione. Falci, zappe e martelli sono disposti in un gioco di forme, simmetrie e differenze, secondo un principio quasi decorativo più che funzionale.
Molti degli oggetti esposti non sono stati acquistati né trovati per caso, ma costruiti dagli stessi contadini per rispondere a un bisogno concreto, senza l'intervento di un artigiano. È il caso di una macchina per spruzzare lo zolfo, raffazzonata assemblando pezzi di recupero, o di alcuni attrezzi ricavati scavando un unico tronco di legno. Anche una tenda divisoria tra le stanze è realizzata con tappi a corona recuperati.
Questo principio, che il museo celebra come un vero e proprio valore, potrebbe riassumersi in un'unica idea: tutto può tornare utile. È quello che oggi si definirebbe design spontaneo: oggetti nati per necessità, diventati involontariamente opere uniche.
Molti pezzi della collezione custodiscono un uso segreto, meno evidente della loro funzione principale.
Non tutte le idee di Guatelli hanno trovato spazio nel museo. Oltre al già citato "Volo del gabbiano" con gli ombrelli, il fondatore aveva immaginato un "cimitero" di macchine agricole arrugginite, da allestire nell'aia della casa, un progetto rimasto solo abbozzato.
Il rapporto con i bambini è stato, secondo chi lo ha conosciuto, una delle motivazioni più forti dietro l'intera collezione. Come maestro elementare a Collecchio e nelle frazioni vicine, Guatelli utilizzava gli stessi oggetti raccolti e materiali naturali di ogni genere come strumenti didattici. Un nido di calabroni, ad esempio, diventava il pretesto per una lezione di architettura o di scienze naturali. Anche a scuola, i materiali che metteva a disposizione degli alunni erano sempre di recupero: fondi di damigiane, pezzi di compensato, qualunque cosa potesse tornare utile. Alcuni disegni realizzati dai suoi alunni negli anni '60 e '70 sono oggi conservati ed esposti nel museo.
Non tutto ciò che si vede in casa è stato trovato o raccolto: la parete dei personaggi e delle sculture, così come alcuni mulini in miniatura, sono opere realizzate direttamente da Guatelli. Il resto della collezione, invece, è frutto di decenni di raccolta sul territorio.
Dal 2003 la casa-museo è gestita da una Fondazione, che ne cura la conservazione e l'apertura al pubblico.
Redazione salepepe.it
Foto apertura Mauro Davoli, Museo Guatelli