Dall'antica Roma ai giorni nostri: come l'uso di un ortaggio per conservare il sale ha dato origine al celebre modo di dire
Immaginate un banchetto nell’antica Roma: coppe di vino, pani appena sfornati, olive in salamoia, spezie e piatti fumanti serviti a tavola tra il mormorio dei commensali. E, in mezzo a tutto questo, al centro della tavola, c'è lei: la zucca.
Ma attenzione: non stiamo parlando della grande zucca arancione che oggi usiamo per le vellutate o per le lanterne di Halloween. Quella varietà (Cucurbita pepo) è arrivata dalle Americhe solo dopo il 1492. Quella che mangiavano Giulio Cesare e Marco Aurelio era una parente del tutto diversa, che sopravvive ancora oggi nelle nostre cucine regionali.
Zucchina lunga siciliana Prima della scoperta dell'America, l'unica zucca conosciuta nel Vecchio Continente era la Lagenaria siceraria, nota anche come zucca a fiasco o da bottiglia.
Come racconta Plinio il Vecchio nel XIX libro della sua Naturalis Historia, i Romani la distinguevano in due tipologie di coltivazione:
Sapevate che... questa varietà antica non è scomparsa? La ritroviamo ancora oggi nella tradizione culinaria del Sud Italia: è la celebre zucchina lunga siciliana, di cui si consumano anche le germogliazioni e le foglie più tenere, i famosi tenerumi.
Per i Romani la zucca matura non era solo un alimento, ma un vero e proprio utensile naturale. Una volta essiccata, la buccia diventava dura come il legno, impermeabile e leggerissima (veniva usata persino come galleggiante per le reti da pesca o come salvagente per i bambini).
Essendo un isolante perfetto contro l'umidità, la zucca svuotata era il contenitore ideale per conservare il sale — un bene così prezioso da costituire la paga dei soldati (da cui la parola salario). Chi aveva la "zucca piena di sale" in casa era considerato una persona previdente, benestante e arguta. Da questo utilizzo domestico sembra sia nato il celebre modo di dire che usiamo ancora oggi per indicare una persona dotata di intelligenza e buon senso.
I Romani la servivano spesso lessata e poi ripassata in padella con abbondanti spezie, pepe, cumino, aceto e un filo di liquamen (la tipica salsa di pesce romana). Il confine tra cucina e medicina allora era sottilissimo. Nel I secolo d.C., il celebre medico e botanico Dioscoride Pedanio definiva la cucurbita nel suo trattato De Materia Medica come un vero e proprio "balsamo della vita umana e refrigerio dei guai".
Secondo la medicina dell'epoca, la polpa, i semi e il succo di zucca avevano straordinarie proprietà terapeutiche:
La prossima volta che preparerete un raviolo mantovano o una crema autunnale, ricordatevi che dietro questo ortaggio si nascondono millenni di ingegno, salute e fatti popolari. Una storia che, dalle reti dei pescatori romani fino alla nostra tavola, continua a raccontarci da dove veniamo.
Diletta Fedi