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Luoghi e PersonaggiLocalitàAlla scoperta di Agliè, Castellamonte e San Giorgio Canavese

Alla scoperta di Agliè, Castellamonte e San Giorgio Canavese

All’estremo sud dell’anfiteatro morenico di Ivrea sorgono tre paesi che hanno molto da raccontare. Puntellati da ville, castelli e vigneti sono stati patria di inventori, scrittori, personaggi storici e artisti della ceramica. Mentre a tavola regna la cucina piemontese con incursioni esclusivamente canavesane

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Sono posti uno in fila all’altro, neanche a farlo apposta, e divisi da una manciata di chilometri. L’orografia del territorio, le vicende storiche, la vocazione agricola (e persino un canale d’acqua) li hanno sempre accomunati senza volerlo. Nel 2015, lasciati da parte vecchi campanilismi, Agliè, Castellamonte e San Giorgio Canavese, quindicimila abitanti in tutto, hanno capito che l’unione fa la forza e si sono uniti nel progetto Tre Terre Canavesane con l’obiettivo comune di sviluppare flussi turistici e quindi dare impulso al tessuto economico produttivo locale. I tre comuni fanno parte del Canavese e sorgono nel lembo a sud dell’anfiteatro morenico di Ivrea: un’ampia conca a forma di ferro di cavallo, lascito del ghiacciaio Balteo, al cui interno si trovano piccoli laghi, corsi d’acqua, zone pianeggianti, colline basse e che, per la composizione del suolo, è adatta alla viticoltura. Un tesoro geologico unico, ben delineato dalla Serra Morenica che divide il Canavese dal Biellese: una collina lunga 20 km, una dorsale rettilinea precisa che sembra tagliata con un coltello e giunge inaspettata a chi si dirige verso le Tre terre canavesane. Qui, lo sguardo spazia anche a nord ovest dove si stagliano le Alpi Graie, sede di alcuni parchi naturalistici come il Gran Paradiso il cui versante piemontese è facilmente raggiungibile da Castellamonte, oltre c’è la Valle d’Aosta che un tempo era territorio del Piemonte. Storie strane da queste parti perché il Canavese, per storia condivisa, identità culturale, sviluppo industriale ed economico ha sempre avuto come città d’elezione Ivrea che provincia non è mai stata. Anzi, il suo circondario che faceva parte del dipartimento di Torino, fu annesso dal 1927 al 1945 alla neonata provincia piemontese di Aosta di cui fecero parte anche le terre Canavesane. Nel secondo dopoguerra il territorio tornò a far parte della provincia di Torino. Ma ancora oggi Ivrea è la città del cuore. 

Sette chilometri di storia lungo il canale

Uno scorcio del canale di Caluso nel percorso che collega San Giorgio Canavese, Agliè e CastellamonteUno scorcio del canale di Caluso nel percorso che collega San Giorgio Canavese, Agliè e Castellamonte, @TreTerreCanavesane

Raggiungere i tre comuni è facile, oltretutto a San Giorgio Canavese c’è anche l’uscita dalla A5, l’autostrada Torino-Aosta. Proseguire in auto di paese in paese occupa poco tempo ma, se l’obiettivo è quello di immergersi subito nel territorio, la bicicletta o un passo veloce portano dritti al Canale di Caluso che per 7 km lambisce i tre paesi. Lungo ben 32 km, fu costruito nel 1558 dal maresciallo Charles de Cossè Brissac per portare l’acqua dal torrente Orco al territorio di Caluso (a 10 km da San Giorgio) verso Chivasso. Diventato demaniale alla metà del Settecento con il passaggio ai Savoia, ai quali il corso d’acqua serviva per irrigare i campi destinati all’allevamento dei cavalli reali, il canale diventa fondamentale per lo sviluppo economico dei paesi circostanti. Nascono nuove fucine per la lavorazione del ferro, manifatture di cotone e seta e altri mulini da canapa: una coltivazione fondamentale per l'economia locale, tanto che lo stemma del comune di Ivrea porta ancora oggi impresso il disegno di una piantina di canapa. Durante i 7 chilometri di passeggiata si incontrano esempi di archeologia industriale come, all’altezza di Agliè, l’ex setificio e poi cotonificio Angeli Frua che alla metà dell’Ottocento dava lavoro a 1500 persone. Guardatelo con attenzione perché nel 1953 fu ceduto alla Olivetti che qui produsse la famosa Lettera 22. Chiuso nel 2008, da pochissimo è tornato ad essere sede di azienda. Più avanti c’è l’antico mulino di Bairo, oggi agriturismo, nato nel ‘500 come edificio pubblico, i cui guadagni, derivanti dal macinato e dalla pesta della canapa, andavano nelle casse comunali.

Le macine conservate nella parte museale della fornace PaglieroLe macine conservate nella parte museale della fornace Pagliero, @Luca Chiartano

Vicino a Castellamonte, Città della ceramica, si incontra l’ex fornace Stella e proseguendo in località Morlino di Spineto, la più antica fabbrica del borgo, quella di Pagliero nata nel 1814. La realizzazione di questa struttura rappresentò la fine della lavorazione artigianale e l’avvento di quella industriale. Dopo il declino iniziato nel secondo dopoguerra, è stata acquistata nel 2003 dal ceramista Daniele Chechi che ha riavviato la produzione artigianale delle stufe di Castellamonte. Al suo interno c’è un’esposizione museale che racconta la filiera produttiva della ceramica nell’Ottocento, negli anni ’30 e negli anni ’50. 

Le bocche settecentesche del canale di Caluso a San Giorgio CanaveseLe bocche settecentesche del canale di Caluso a San Giorgio Canavese

Se iniziate il percorso da San Giorgio Canavese vi aspettano due strutture architettoniche particolari: le bocche settecentesche del Canale di Caluso, che servivano a regolare il flusso delle acque e un ponte sospeso con cavi di ferro. Le prime sono due gallerie (Bioleto e Fenoglio) che furono costruite verso la fine del '700 per ampliare il canale e portare l’acqua alla tenuta della Mandria di Chivasso dove si allevavano i cavalli della Corte sabauda. Il secondo, oggi in semi abbandono, è uno tra i più significativi esempi di costruzioni metalliche avviate in via sperimentale in Europa a partire dagli anni Settanta del XVIII secolo.

San Giorgio terra di politici e inventori

Nell’Ottocento lo chiamavano l’Atene del Canavese per il suo fermento culturale. Oggi un museo e un castello raccontano la storia del borgo, la sua natura agricola e di centro di commercio

SanGiorgio canavese visto dall’alto con in primo piano il Castello di BiandrateSan Giorgio canavese visto dall’alto con in primo piano il Castello di Biandrate

Era usanza nel canavese offrire al viandante una ciotola, di legno o di ceramica, che conteneva acqua o forse un altro liquido o una zuppa. Era un segno di accoglienza e di benvenuto, oggi ben rappresentato in una delle stanze del Museo storico etnografico Nòssi Ràis che, molto più del bel castello, racconta San Giorgio: un paese non dalla bellezza sfacciata ma dalla storia intima piena di risvolti culturali. Buona parte degli oltre 1300 oggetti contenuti nelle stanze espositive nascono dalla passione di Giuseppe Dorma, detto Gep, che negli anni ‘80, per passione, raccolse nelle case dei sangiorgesi gli oggetti a cui nessuno dava importanza. I più antichi risalgono alla metà del Settecento, i più recenti al secondo dopoguerra, sono utensili da lavoro e macchinari che ricostruiscono circa venti antiche professioni, più mobili di uso comune, vasellame, banchi di scuola. Nella sua ricerca appassionata di oggetti, Dorma fece un ritrovamento prezioso: due esemplari originali di Michela, la prima macchina fonostenografica costruita al mondo. 

Michela va in Senato

Dal Museo Nòssi Ràis: La stanza che espone oggetti da cucina, la macchina Michela e lo studio di Carlo BottaDal Museo Nòssi Ràis: a sinistra la stanza che espone oggetti da cucina, in centro lo studio di Carlo Botta @Franco Marchiando/Rita Querio, e a destra la macchina Michela

Utilizzata ancora oggi, dal 1880, all'interno del Senato della Repubblica Italiana per la trascrizione dei discorsi, la Michela fu brevettata nel 1878 da Antonio Michela Zucco, insegnante e inventore di Cortereggio, frazione di San Giorgio. “Sponsorizzata da Garibaldi che ne caldeggiò l’uso, è una sorta di “pianola” che si basa sull'utilizzo di un'apposita tastiera formata da venti tasti, a ciascuno è associato un segno grafico ed un preciso valore fonico. Nel 1881 vinse la medaglia d’oro all’Esposizione di Milano e nel 1884 a quella di Torino. A dimostrazione che San Giorgio non è un paese banale, ancora una volta entra il gioco il Museo, perché la sede è nella casa natale di Carlo Botta, non certo un personaggio qualunque: nato a metà del Settecento è stato medico al seguito delle truppe napoleoniche, politico e storico importante. Il suo testo Storia della guerra dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America” (1809) è stato a lungo adottato nelle scuole e università americane nel ‘900. Botta, di idee giacobine, ha fatto parte del cosiddetto “Regno dei Tre Carli”: una commissione esecutiva di tre membri che, oltre a lui, comprendeva il letterato Carlo Bossi e il medico e professore universitario Carlo Ignazio Giulio, il cui padre era sangiorgino. Nata per affiancare il generale francese J.B.Jourdan nel governo del Piemonte durò dal 1800 al 1801. Il percorso museale comprende anche la visita a due stanze di Carlo Botta. 

Il fervore culturale della piccola Atene

Villa Belloc, oggi Malfatti, costruita in stile imperialeVilla Belloc, oggi Malfatti, costruita in stile imperiale, @Comune di San Giorgio Canavese

Sarà l’aria, sarà il vino Erbaluce prodotto nei dintorni, ma basta parlare con la guida del museo per capire che qui sono nati molti personaggi. Come l’ingegnere navale Carlo Vigna, deputato alla Camera, che disegnò il primo incrociatore italiano a vela e a motore, il Flavio Gioia varato nel 1881 mentre la gemella, l’Amerigo Vespucci fu completata nel 1883. O Angelo Penoncelli sacerdote, giacobino radicale e professore di retorica, e soprattutto autore di pubblicazioni dissacranti (a lui il paese ha dedicato solo un vicolo). Ci sono poi i due Pechenino: don Marco, grecista, autore di testi di grammatica lungamente usati nei licei classici e Michele che si firmava Pekenino, architetto e celebre incisore dell’800. Si trasferì negli Stati Uniti, forse influenzato dal testo sulle guerre d’indipendenza americana del parente Carlo Botta, esercitò l'architettura e si dedicò all'incisione a partire dal 1820. Nel 1824 tornò a San Giorgio dove negli anni successivi incise i suoi migliori lavori. A lui è attribuito il capolavoro architettonico di Casa Belloc, a due passi dal centro del paese: una villa in stile imperiale con un bellissimo parco, voluta dalla cantante lirica Teresa Belloc. Venduta nel 1888 al barone Malfatti è una struttura privata che oggi ospita eventi, matrimoni ed è stata location cinematografica di film e serie tv come Lidia Poët. Il fermento culturale che si sviluppò a San Giorgio dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima parte del Novecento valse al paese l’appellativo di “Atene del Canavese”. 

Il piccolo grande Teatro Belloc

Due foto del teatro Belloc: a sinistra l'entrata del teatro, a destra la porta superiore con sedute rosseIl piccolo teatro dedicato a Teresa Belloc, @Franco Marchiando/Rita Querio

Anche Maria Teresa Ottavia, Faustina Trombetta, in arte Teresa Belloc, è transitata per San Giorgio Canavese. È stata una delle voci predilette di Rossini che scrisse per lei alcune celebri arie, dopo 27 anni di carriera di cui venti (1804-1824) di collaborazione con la Scala di Milano, decise di diventare sangiorgina (era nata in un paese vicino), qui si fece costruire Villa Belloc e visse dedicandosi alla famiglia e alla beneficenza. A lei è stato intitolato il piccolo ma importante teatro del paese (l’unico del circondario), cinema nel post seconda guerra mondiale. Ristrutturato una prima volta nel 2013 è ripartito alla grande nel 2021 dopo ulteriori lavori che sono durati quattro anni e hanno richiesto un forte investimento. Il Teatro Comunale Belloc è oggi una piccola bomboniera che accoglie 104 spettatori (per ora) e dopo quattro stagioni vanta un palinsesto che spazia dalle piece teatrali ai concerti, alla musica classica. Un gioiello culturale per il territorio e per quella comunità che non dimentica il suo dotto passato.

Il castello di Biandrate

Dipinto del Castello di Biandrate di BrambillaDipinto del castello di San Giorgio visto da Levante - 1795 - Collezione privata

Il giro di San Giorgio finisce dove avrebbe potuto cominciare: a due passi dalla villa di Teresa Belloc dove inizia il parco che porta al castello dei Biandrate posto su un colle. Alle sue pendici si spostarono gli abitanti della vicina Cortereggio (oggi è una frazione del paese) per cercare protezione dando così inizio allo sviluppo del borgo. L’aspetto attuale del maniero è più o meno quello assunto con le modifiche del 1736, un edificio residenziale imponente con due facciate diverse nelle prospettive di levante e ponente, frutto di molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli. 

Uno scorcio del parco e dell’attuale Castello di Biandrate

Dal 1014 il castello è diventato proprietà dei conti di Biandrate che ne hanno mantenuto il possesso sino all’epoca moderna. Le sue mura possenti sono riuscite quasi sempre a respingere i numerosi assedi nelle guerre che coinvolsero i Savoia, i marchesi del Monferrato e più tardi anche quelli degli eserciti stranieri di Spagna e Francia. Cessate le esigenze militari nel Settecento fu trasformato in sfarzosa residenza barocca arricchendosi di sale affrescate e scaloni d’onore. 

L’entrata in San Giorgio dallo storico quartiere di Ritania che prende il nome dal vicino rioL’entrata in San Giorgio dallo storico quartiere di Ritania che prende il nome dal vicino rio, @Franco Marchiando/Rita Querio

San Giorgio è stato nel tempo un importante centro mercatale, crocevia di commerci e incontri per chi si recava verso Chivasso e Torino. Ancora oggi passeggiando tra l’ala mercatale, il ghetto, il museo e il teatro si percepisce la vitalità del luogo. Il Castello attualmente è una proprietà privata, location per eventi matrimoni, convegni ma anche mostre come la 13° edizione di Brick Expo. Una manifestazione organizzata dal Comune per gli appassionati dei famosi mattoncini Lego: 2000 mq di creazioni oltre a spazi dedicati a modellismo e fumetti che animeranno il borgo anche quest’anno il 3 e il 4 ottobre prossimi. 

Agliè, la signorina Felicita abita ancora qui

Una residenza sabauda che riempie gli occhi e accoglie il turista. Mentre il famoso torcetto, emblema dolce del paese, allietava di sicuro anche Guido Gozzano. Che nel borgo ha passato buona parte della sua vita

Fotografia scattata dal giardino della Residenza Reale Sabauda di AglièLa Residenza Reale Sabauda di Agliè, @Franco Marchiando/Rita Querio


Si chiama coup de foudre, colpo di fulmine, quello che riceve il turista quando arriva ad Agliè. L’imponenza del Castello Ducale è tale da lasciare a bocca aperta. Non solo, fa sembrare il paese ancora più piccolo di quello che è, una sorta di lungo braccio che poi prende forma piano piano. Lasciando l’auto poco prima dell’entrata del palazzo si percorre una salita alberata, costruita nel 1800 tagliando in due il grande parco ducale. Il complesso di Agliè fa parte oggi del circuito delle Residenze Reali Sabaude e dal 1997 è iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCOGuido Gozzano che ad Agliè ha passato molto tempo, appena ventenne, dedicò al castello una poesia dai toni dannunziani.

300 stanze e un grande parco

Due scatti interni della Residenza Reale Sabauda di Agliè: a sinistra una vecchia seduta d'epoca, a destra un'antica portaAlcuni ambienti del castello

Non rimane che entrare e visitarlo, ma servono scarpe da ginnastica e gambe in spalla oppure la leggiadria di Elisa di Rivombrosa perché qui è stata girata nel 2002 buona parte della famosa fiction televisiva. Mezza giornata non è sufficiente, ci sono più di trecento stanze, mobili originali, un magnifico e grande parco, collezioni d’arte che vanno dai reperti archeologici agli oggetti orientali e un teatrino di corte. Voluto nel 1825 dal re Carlo Felice conserva intatti gli arredi lignei e lo splendido corredo pittorico costituito dal sipario e un sistema di quinte e di scene tuttora funzionante. Frutto di quattro grandi fasi costruttive, la residenza è stata edificata dagli anni Quaranta del Seicento sui resti di un antico castello del XII secolo per volontà del conte Filippo San Martino d’Agliè, raffinato intellettuale e politico di primo piano. Nel 1764 il castello venne acquistato dal re Carlo Emanuele III di Savoia per il figlio Benedetto Maria Maurizio, duca del Chiablese e riplasmato dall’architetto Ignazio Birago di Borgaro che lo integrò armoniosamente con il borgo di Agliè. Sono di quel periodo la piazza e la chiesa parrocchiale collegata al Castello da una galleria coperta, a due piani, fuori terra, tuttora esistente. Sottratto ai Savoia durante il periodo napoleonico il castello divenne un ricovero per poveri, cadde in stato di abbandono e gli arredi furono dispersi. Rientrato in possesso dei Savoia nel 1823, fu ristrutturato su incarico del re Carlo Felice e della moglie Maria Cristina di Borbone, alla morte di quest’ultima passò prima al figlio e poi al nipote e nel 1939 fu venduto allo Stato italiano per diventare museo. Il magnifico giardino che, è d’obbligo visitare, è passato dall’impianto formale seicentesco alla trasformazione settecentesca sui modelli francesi, fino alle modifiche paesaggistiche dell’Ottocento. Ogni intervento si lega ai precedenti, lasciandoci in eredità relazioni raffinate tra palazzo, terrazze, giardini, parco e tenuta, gestite da scaloni, scalinate, rampe, fontane, punti di vista e prospettive e una bellissima serra. 

Chiese, biscotti e passeggiate

A sinistra il centro storico di Agliè con i portici medioevali, a destra i torcettiA sinistra il centro storico di Agliè con i portici medioevali @Franco Marchiando/Rita Querio, a destra i torcetti della pasticceria Alfonsi

È inevitabile, per il paese di Agliè, arrivare sempre secondo dopo la bella Residenza sabauda, ma il profumo dei torcetti che si sprigiona per le vie invita a passeggiare per le sue strade. Prima di inoltrarsi merita un’occhiata la Chiesa Parrocchiale sulla piazza del castello. È stata progettata dall’architetto Ignazio Birago di Borgaro, lo stesso che ha ristrutturato il maniero dopo il 1764 e che abitava di fronte in un imponente palazzo, oggi proprietà dello Stato Italiano: tanto per dire casa e bottega. Tappa obbligata la pasticceria Alfonsi poco fuori il centro storico, qui vengono prodotti a mano uno a uno i torcetti con la ricetta originale e molti altri biscotti della tradizione piemontese. Come i savoiardi, le paste di meliga (frollini friabili che contengono farina di mais) e i nodi sabaudi dalla caratteristica forma a otto. 

Chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve, collegata al castello da una galleria e un interno della chiesa della Confraternita di Santa MartaChiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve, collegata al castello da una galleria e un interno della chiesa della Confraternita di Santa Marta

Agliè è ricca di chiese, nel centro storico non si può perdere quella della Confraternita di Santa Marta opera dell’architetto alladiese Costanzo Michela che, nel ridotto spazio disponibile per la costruzione, realizzò un capolavoro di architettura tardo barocca in stile piemontese. Lo stesso architetto costruì nel Settecento, in un punto panoramico, il santuario della Madonna delle Grazie, chiamato anche Tre Ciochè per la presenza curiosa di due campanili e una cuspide. Nella chiesa di San Gaudenzio invece è sepolto il poeta Guido Gozzano. Agliè è anche il punto di partenza di una delle “Camminate reali”, un progetto che porta alla scoperta delle varie residenze sabaude e dei loro territori tramite belle passeggiate, sulla scia dei “cammini”. Dal borgo partono due itinerari di 12 e 22 km rispettivamente che portano a scoprire le colline della Morena Ovest, con i suoi borghi rimasti intatti nel tempo, come Bairo, Torre, San Martino e Vialfrè, antichi feudi dei potenti Conti di San Martino. Uno di questi due percorsi fa tappa a Villa Meleto, dove il poeta Guido Gozzano passava le sue estati. 

Alla ricerca di Guido

villa in stile liberty del MeletoVilla in stile liberty del Meleto, @Franco Marchiando/Rita Querio

Agliè porta in dote al turista non solo la sfarzosità e la magnificenza del castello ducale, di cui con un po’ di immaginazione, si sentono riecheggiare feste e balli, ma anche un percorso più silenzioso e intimo: quello dei luoghi del cuore del poeta Guido Gozzano, nato a Torino, ma che nel borgo alladiese aveva entrambi i nonni e dove passò le sue estati. Amava giocare alla sera davanti al castello, al quale dedicò una lunghissima poesia, compiere “terribili scorrerie” nei paesi vicini e recitare per beneficenza. La dimora da cui partire in questo viaggio poetico è a un chilometro fuori dal paese, è la villa in stile liberty del Meleto che, Deodata madre di Guido, aveva ricevuto in dono dal padre il senatore Massimo Mautino. Vicino alla casa c’era un piccolo specchio d’acqua con un casotto dove il poeta amava sostare e che fu fonte di ispirazione per la raccolta poetica “la Via del rifugio” pubblicata nel 1907. Oggi villa Meleto è una casa museo visitabile, conserva arredi dell’epoca, lo studio e la camera di Guido, diversi oggetti, libri e la collezione di farfalle perché Gozzano allevava crisalidi. Si può visitare anche il famoso salotto di Nonna Speranza che ispirò la poesia “L’amica di nonna Speranza” con le “piccole cose di pessimo gusto”. Tornando in paese, in vicolo Cassadio, è rimasta una parte, oggi privata, della casa del nonno paterno il medico Carlo Maria Gozzano, amico di Massimo D’Azeglio. La villa accolse i genitori del poeta da sposini prima del trasferimento a Torino e fu venduta nel 1900. A Casa Mautino, un palazzo del Settecento nell’omonima piazza nel centro di Agliè, abitazione dei nonni materni, Guido dedicò un sonetto. Sulla facciata dell’immobile, che ha conosciuto periodi di abbandono e vari passaggi di proprietà c’è ancora la targa che ricorda il passaggio di Carlo Alberto di Savoia, accompagnato da Massimo d’Azeglio. Un altro luogo che ispirò il poeta è villa Flora sulla strada per Cuceglio, dove Gozzano soggiornò un breve periodo durante la malattia di una delle sorelle, affidato alla famosa ballerina Palmira Zacchi, all’epoca sessantenne. Infine Villa Colla dell’amico Ettore ma soprattutto villa Amarena: la villa che c’è e non c’è. Era un luogo inventato da Guido mettendo insieme ricordi e particolari colti un po’ a villa Meleto e un po’ ad Agliè: “il dolce paese che non dico”. La villa Amarena ispirò la poesia la Signorina Felicita ovvero la Felicità.

Castellamonte, dove la ceramica è di casa

Da sempre la terracotta qui è stata protagonista, dando lavoro agli abitanti e notorietà al paese. Oggi le stufe in maiolica vanno per il mondo e una mostra internazionale celebra la bravura artigiana dei ceramisti

L’Arc en Ciel dell’Artista Arnaldo Pomodoro installato nel 1995L’Arc en Ciel dell’Artista Arnaldo Pomodoro installato nel 1995

Come ogni paese del canavese che si rispetti, anche questo borgo nasce intorno a un castello fortificato, posto su un colle dove si gode una splendida vista su monti e valli circostanti e di cui oggi rimangono solo un’antica porta e alcuni tratti di mura. Sviluppata a ferro di cavallo Castellamonte (il nome deriva dal toponimo “castrum ad montem”), con i suoi 10.000 abitanti, è la più grande delle Tre Terre canavesane. Quando si entra in città si viene accolti da Piazza Martiri della Libertà, dove si trova la sintesi storica ed economica del posto. Da un lato la Rotonda Antonelliana dall’altro l’Arco di Arnaldo Pomodoro. La prima è una grande opera incompiuta che ha disegnato come unicum la piazza, il secondo una struttura di 6 metri di raggio, installata nel 1995, rivestita da formelle in cotto decorate e lisce, che testimonia il passaggio dell’architetto alla Mostra della Ceramica. Un’esposizione oggi internazionale, giunta alla sua 65° edizione, che celebra l’importanza di questa attività artigiana, praticata già dai tempi dei romani, in quel di Castellamonte. 

La rotonda incompiuta

La Rotonda Antonelliana simbolo di CastellamonteLa Rotonda Antonelliana simbolo di Castellamonte

Di fronte all’Arco in cielo di Arnaldo Pomodoro si trova il monumento emblema della cittadina: la Rotonda Antonelliana che è quanto rimane del progetto originale di Alessandro Antonelli, l’architetto della Mole di Torino, al quale era stata commissionata dal Comune la costruzione di una chiesa. Il progetto di Antonelli era faraonico perché mirava a realizzare una basilica grande quasi quanto quella di San Pietro a Roma. La costruzione iniziò nel 1842 con il sostegno della cittadinanza, ma dopo due anni e una spesa di 80.000 lire i lavori furono interrotti per mancanza di fondi. Erano stati realizzati 12 metri di mura perimetrali che corrispondevano a un terzo di quanto disegnato da Antonelli. I lavori ripresero vent’anni dopo con un progetto dell’architetto Formento che tra il 1871 e il 1875 realizzò in stile tardo gotico l’attuale chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Vicino alla Rotonda svetta un campanile romanico, sopraelevato nel 1762 da una cella campanaria, è rimasto miracolosamente in piedi dopo che fu abbattuta la vecchia chiesa per far posto al progetto della nuova basilica. Oggi la Rotonda Antonelliana accoglie nel suo spazio sculture e opere d’arte durante la Mostra Internazionale della Ceramica oltre a concerti e spettacoli. 

Tra pitociu, installazioni e pentole

Le splendide Tofeje, pentole tipiche di Castellamonte, un laboratorio artigiano all’opera e un’insegna di un negozio realizzata in ceramicaLe splendide Tofeje, pentole tipiche di Castellamonte, un laboratorio artigiano all’opera e un’insegna di un negozio realizzata in ceramica

Nella piazza, vero biglietto da visita della città, si trovano altre installazioni oltre a quella di Pomodoro, come la stele dedicata a Costantino Nigra (diplomatico, filologo e uomo del Risorgimento, originario del Canavese) il monumento al Piciol (la tradizionale brocca che manteneva al fresco acqua e vino) e la torre di Babele. Sono opere donate da artisti che hanno partecipato alla Mostra della Ceramica e che insieme ad altre hanno arricchito nel corso del tempo il patrimonio artistico della città. Perché qui tutto parla di ceramica, compresi i tetti dove fanno bella mostra di sé i “pitociu”: tradizionali statuine caricaturali in terracotta smaltata. Nati per decorare gli esterni delle case, erano alti 80 cm, raffiguravano in maniera bonaria personaggi locali e mestieri e dato che un tempo non si buttava via niente, se erano di seconda scelta, venivano posti sui tetti dei comignoli, così non si vedevano i difetti e assolvevano a una funzione tecnica: evitare che il comignolo si scoperchiasse per la forza del vento. Per vederli sguardo puntato all’insù. Passeggiando per le vie del centro non passano inosservati neppure i numerosi bassorilievi che fanno da insegna ai negozi o abbelliscono l’esterno delle abitazioni, mentre a tenere viva la tradizione ci pensano i diversi laboratori artigiani che producono oggetti artistici e tradizionali come la famosa tofeja: una pentola di terracotta panciuta con 4 manici che dà il nome all’omonimo piatto canavesano, perfetta per la cottura dei legumi. Per realizzarla occorrono molti passaggi che portano la lavorazione a un totale di 30 - 40 giorni per ogni esemplare. 

Le stufe di maiolica, un prodotto unico

Una piccola stufa in ceramica come souvenir e la grande stufa di Ugo Nespolo in piazza della RepubblicaUna piccola stufa in ceramica come souvenir e la grande stufa di Ugo Nespolo in piazza della Repubblica

Ho comprato una stufa piccina picciò, è un souvenir in ceramica castellamontese ma riproduce in maniera fedele l’emblema ceramico della città. Mentre una grande grande si trova nel borgo in piazza della Repubblica: è la stufa di Ugo Nespolo, una struttura in cemento armato, alta sei metri, foderata da formelle in ceramica disegnate dallo scultore biellese e realizzate dagli artisti Sandra Baruzzi e Guglielmo Marthyn con il supporto degli allievi dell’Istituto d’arte locale.  Castellamonte sorge in un territorio ricco di argille rosse, frutto del lascito geologico che ha formato l’anfiteatro morenico di Ivrea. Il tessuto artigiano si è sviluppato accanto a cave, fornaci e corsi d’acqua, un ecosistema perfetto per la lavorazione: disponibilità di materia, energia e vie di scambio verso Torino e le valli. Nel tempo, la produzione ha intrecciato tre filoni che ancora oggi raccontano la sapienza artigiana del luogo: la ceramica d’uso, che comprende piatti, brocche e contenitori, la ceramica artistica, come opere, pannelli e sculture e soprattutto le stufe in maiolica.

Le belle stufe in maiolica di Castellamonte nel laboratorio dell’azienda La CastellamonteLe belle stufe in maiolica di Castellamonte nel laboratorio dell’azienda La Castellamonte

La storia di questo sistema di riscaldamento è curiosa, parte dagli Stati Uniti e dalla mente eclettica di Benjamin Franklin che nel 1742 inventò la stufa Pennsylvania che sfruttava il calore prodotto dal fuoco mantenendolo all’interno della camera di metallo in cui veniva prodotto per poi essere rilasciato piano piano nell’ambiente. I fratelli Verri, Pietro e Alessandro, ne fecero arrivare un esemplare a Milano dall’Inghilterra dove era stata copiata. Un trattatello, pubblicato a Venezia nel 1778, spiegava dettagliatamente le caratteristiche della stufa “Franklin” il cui primo esemplare in Italia fu realizzato a Castellamonte dal ceramista Pietro Reasso, sicuramente molto prima del 1837. In quella data infatti Goffredo Casalis, geografo dei re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, nel suo Dizionario Storico Geografico citava Castellamonte come luogo di produzione di queste stufe. Grazie alla grande disponibilità di terra refrattaria, e alle loro caratteristiche tecniche (corpo metallico rivestito da ceramica refrattaria e dimensioni più contenute rispetto alle stufe trentine) i “caminetti” Franklin ebbero un grande sviluppo, sostituendo rapidamente quelli a muro (come si può vedere nel Castello ducale di Agliè) e il loro impiego si diffuse rapidamente oltre i confini del Canavese e dell’Italia. L’originaria produzione di Reasso fu sviluppata e migliorata da Enrico Paglieri che ne ingentilì anche l’aspetto esteriore. Le stufe vennero prodotte in maniera importante a partire dall’Ottocento, il secolo d’oro per la ceramica di Castellamonte, sino alla metà del Novecento quando furono soppiantate piano piano dagli impianti a termosifone. Oggi i produttori di stufe di Castellamonte sono rimasti sostanzialmente tre e uniscono l'antica tradizione artigiana a un design moderno e a tecnologie a basse emissioni. 

Un palazzo e una mostra

Il Palazzo Botton sede del Museo della ceramica, installazioni nella Rotonda Antonelliana durante la Mostra Internazionale della CeramicaIl Palazzo Botton sede del Museo della ceramica, installazioni nella Rotonda Antonelliana durante la Mostra Internazionale della Ceramica

Nel 1961 per volontà dell’allora sindaco Carlo Trabucco, del direttore della Scuola d’arte e della Pro loco nasce la prima edizione della mostra della ceramica di Castellamonte. Giunta quest’anno alla sua 65° edizione (dal 22 agosto al 14 settembre) trasforma la cittadina in un museo diffuso che vede le opere degli artisti esposte nel Palazzo Botton, sede del Museo che racconta e raccoglie la storia del distretto, nel centro congressi, nel liceo artistico, nella Rotonda antonelliana e nel centro ceramico fornace Pagliero. Nel 1990 in seguito alla legge 188 del Ministero dello Sviluppo Economico sulla tutela e valorizzazione della ceramica tradizionale e artistica, Castellamonte viene insignita dell’onorificenza di “comune di affermata tradizione ceramica”. Nove anni dopo entra a far parte della neonata Associazione Italiana Città della Ceramica che nel 2015 ha dato vita a un evento nazionale che unisce tutte le città della ceramica con esperienze dirette per il visitatore presso laboratori e musei. La manifestazione che si chiama “Buongiorno ceramica”, si svolge a Castellamonte ogni anno in primavera ed è collegata al concorso internazionaleCeramiche Sonorededicato al fischietto in terracotta: centinaia di esemplari da tutte le parti del mondo in esposizione fissa al Centro Congressi Martinetti. Da non perdere.

La Tofeja e le altre delizie

Il piatto tipico cuoce lento nella pentola da cui prende il nome. E dentro borbottano dei fagioli bianchi e teneri che crescono solo in queste terre. Mentre i biscotti la fanno da padroni quando si parla di dolci

La tradizionale tofeja a base di fagioli e carne di maiale e il salampatata, insaccato tipico del CanaveseLa tradizionale tofeja a base di fagioli e carne di maiale e il salampatata, insaccato tipico del Canavese

Castelli, musei, residenze sabaude, antiche chiese, parchi, belle dimore, canali e tanto buon cibo. Così è fatto il Canavese, chi arriva da queste parti esce soddisfatto anche dal ristorante, in più ha la possibilità di scoprire delle vere e proprie chicche gastronomiche. Ogni paese ha le sue, ma ovunque vi verrà offerto il salampatata, un insaccato che è una vera genialata contadina. Voglia di salame e scarsità di carne. Che fare? Aggiungere patate bollite all’impasto di carne di maiale, in una proporzione di 60 a 40. Ieri il 60 per cento era fatto dalle parti meno nobili del maiale, oggi vengono usate anche parti pregiate come la pancetta e il guanciale. Si gusta spalmato sul pane fritto e rientra nel ripieno degli agnolotti, oppure, previa spellatura è ottimo con le uova strapazzate. Rimanendo in tema maiale va assaggiata la tofeja, un piatto che prende il nome dal suo contenitore: una pentola panciuta di terracotta di Castellamonte. All’interno rotoli di cotenna, piedino di maiale e costine cuociono per ore con un soffritto, erbe aromatiche e acqua, ma soprattutto fagioli che un tempo, nella zona, erano di una varietà precisa: la piattella canavesana di Cortereggio, frazione di Sangiorgio. 

La Piattella canavesana al Mercato della Terra e della Biodiversità e una piantina mentre cresce abbarbicata al maisLa Piattella canavesana al Mercato della Terra e della Biodiversità e una piantina mentre cresce abbarbicata al mais

La Piattella Canavesana è un fagiolo bianco, piccolo, dalla buccia tenera che non ha bisogno di ammollo, si seminava insieme al mais, così poteva avvitarsi attorno al fusto robusto della meliga. Una volta raccolto, questo legume era anche usato come merce di scambio con l’uva del Monferrato. Scomparsa negli anni ’80, deve la sua rinascita ad un agricoltore di Cortereggio che aveva lasciato alla banca del germoplasma dell’Università di Torino pochi fagioli per conservarne la semente. La coltivazione è ripresa ma le quantità prodotte sono ancora poche, la Piattella si può trovare al Mercato della Terra e della Biodiversità che si tiene ogni anno in primavera a San Giorgio Canavese. 

I torcetti, biscotto tipico di Agliè, festeggiato con una sagra ogni anno ad aprileI torcetti, biscotto tipico di Agliè, festeggiato con una sagra ogni anno ad aprile, @Franco Marchiando/Rita Querio

Dal salato al dolce. Non si può andare via da Agliè senza uno o due pacchetti di torcetti, biscotti friabili di pasta da pane lievitata con l’aggiunta di burro e zucchero, ripiegati unendo le due estremità, ricoperti di zucchero che in cottura caramella. La prima citazione risale al 1790 nel Confetturiere Piemontese, più tardi nel 1854 ne parla anche Giovanni Vialardi, cuoco di casa Savoia. La loro notorietà si deve a Francesco Pana, pasticciere di Agliè dei primi del Novecento, che li portò ai Duchi di Genova proprietari del castello del borgo. Piacquero così tanto che la principessa Bona di Baviera, figlia del Duca, nel 1939 premiò il pasticciere con un attestato di benemerenza oggi custodito dalla famiglia Alfonsi che ne ha raccolto l’eredità continuando a produrre il torcetto con la ricetta originale.

La storica pasticceria Roletti e il biscotto della DuchessaLa storica pasticceria Roletti e il biscotto della Duchessa, @Franco Marchiando/Rita Querio

Del fermento culturale di San Giorgio Canavese di fine Ottocento, fa parte anche la pasticceria aperta, nel 1896 vicino al castello, dal torinese Giuseppe Roletti (detto Pinot). La sua bravura fu tale che ricevette subito il titolo di fornitore del Duca di Genova, seguito nel 1923 dallo stesso attestato della Regina Margherita e nel 1933 da quello della duchessa di Pistoia Lidia d’Arenberg. In questa pasticceria fu prodotto da subito un biscotto con la consistenza della meringa, di colore marroncino chiaro per la presenza del cacao, molto friabile, di forma cilindrica lungo una decina di centimetri. Con il tempo prese il nome di Biscotto della Duchessa in onore di Lidia d'Arenberg, che negli anni '30 si recava a S. Giorgio Canavese per comprane in quantità e, secondo le dicerie popolari, per coprire le sue avventure amorose. Dopo 130 anni la pluripremiata pasticceria Roletti è arrivata alla quinta generazione, è sempre a due passi dal castello e conserva gli arredi originali dove fanno sempre bella mostra di sé i biscotti della Duchessa e tanti altri peccati di gola.

Il Ristorante Tre Re di Castellamonte fondato nel 1915 e il dolce Pan BelmonteA sinistra il Ristorante Tre Re di Castellamonte fondato nel 1915, @Turismo Canavese, a destra il dolce Pan Belmonte, @Caffè Storici

L’esperienza culinaria può concludersi a Castellamonte al ristorante Tre Re, un locale storico di raffinata cucina piemontese nato nel 1915 e cresciuto piano piano, grazie alla notorietà acquisita dalla clientela delle numerose aziende meccaniche del canavese, Olivetti compresa. Ai suoi tavoli si sono seduti tra gli altri: Badoglio, Togliatti con Nilde Jotti, Luigi Einaudi e Adriano Olivetti. Giornalisti come Gianni Brera ed Enzo Biagi e scrittori quali Giovanni Arpino, Mario Soldati e Rigoni Stern. I primi cento anni della sua storia sono raccontati nel libro “Due soldi d'ombra di campanile. La storia dei Tre Re di Castellamonte da Carlo Demarchi che è stato il gestore e proprietario per più di mezzo secolo. Vicino al ristorante c’è una piccola pasticceria che prende il nome dal dolce omonimo, il Pan Belmonte, realizzato nel 1938 a Cuorgnè (altro paese del Canavese) dal pasticcere Andrea Fenoglio. È un dolce soffice dalla forma simile a un plumcake cosparso di zucchero a velo che ha un impasto simile a quello della torta Margherita. 

Passito, spumante o bianco fermo. Ma sempre Erbaluce

È un vitigno a bacca bianca che si esprime in purezza in tre versioni. Che sposano a secondo della loro natura gli antipasti piemontesi, i formaggi freschi e quelli erborinati, i piatti di pesce e la pasticceria secca. Una leggenda lo racconta, mentre il terroir di un antico ghiacciaio lo nutre

Grappoli di ErbaluceGrappoli di Erbaluce

Un vino identitario, una bella sorpresa: qui nelle Tre Terre Canavesane si beve e si produce l’Erbaluce Docg. Un vitigno a bacca bianca che ha trovato nell’anfiteatro morenico la sua terra ideale; grazie a un sottosuolo di origine glaciale, fatto di terreni acidi, sabbiosi e ricchi di ciottoli e a un microclima mite, dovuto alla presenza di colline, laghi e alla ventilazione generata dalle vicine alpi valdostane. Un vino che è leggenda, perché si racconta che, nella notte dei tempi, sulle colline moreniche vivessero le ninfe. La più bella, Alba, attirò l’attenzione del Sole; si incontrarono grazie alla Luna in una notte di eclissi e dal loro abbraccio nacque Albaluce che, con una sua lacrima, diede vita al vitigno Erbaluce. I suoi chicchi medio piccoli, rotondi dalla buccia croccante sono ben descritti, come fossero perle preziose, nel 1600 da Giovan Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia: Erbalus è uva bianca così detta, come Alba Lux (Alba luce), perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio o scorza dura: matura diviene rostita e colorita e si mantiene sulla pianta assai”.

La pergola CanavesanaLa pergola Canavesana

Prodotto nelle colline del Canavese e marginalmente nelle province di Biella e Vercelli, è un vitigno vigoroso ma poco adattabile per questo la sua diffusione è rimasta limitata a una zona circoscritta. Le cronache agrarie del XVI secolo citano un’uva “erbaluce” o “albaluce” coltivata intorno ai borghi di Caluso, Agliè e Cuceglio, tra Settecento e Ottocento diventa importante per l’economia agricola del canavese soprattutto per la produzione del passito che entra nei menu di Casa Savoia e viene servito nei caffè di Torino. Ottenuta la Doc nel 1967 e la Docg come Erbaluce di Caluso nel 2010 è l’unica denominazione in Italia che permette di avere le tre tipologie: fermo, spumante e passito prodotte in purezza. Altra caratteristica di questo vitigno è la forma di allevamento ossia la pergola Canavesana o di Caluso: una pergola a falda piatta altra tra i 180 e 200 cm che porta a una densità massima di piante a 1300 per ettaro. Questo sistema comporta che tutte le operazioni in vigneto (potatura, potatura verde e vendemmia) si possano fare solo a mano. La pergola canavesana consente al vitigno di sviluppare una folta chioma perché la pianta intercetta più luce rispetto a un filare allevato a guyot, ma la luce filtra poco sui grappoli così l’ingegno contadino ha trovato nel tempo una soluzione. I grappoli più esposti al sole assumono un aspetto dorato e servono per produrre il passito, i grappoli non irradiati in maniera diretta perché coperti dal fogliame, mantenendo intatte le caratteristiche aromatiche vengono utilizzati per vini fermi e bollicine. 

Di Ciek in Ciek 

L’azienda vinicola Ciek che ha sede in località Castagnola a San Giorgio Canavese e un filare di Erbaluce allevato con il nuovo metodo ideato da Remo FalconieriL’azienda vinicola Ciek che ha sede in località Castagnola a San Giorgio Canavese e un filare di Erbaluce allevato con il nuovo metodo ideato da Remo Falconieri

Ha più di 90 anni, ma ogni giorno alle 8 di mattina, cascasse il mondo, Remo Falconieri si presenta nella sua cantina, l’azienda vinicola Ciek. L’“Archimede delle bollicine” come è stato battezzato da Carlin Petrini ha ancora oggi una mente fervida e piena di idee. D’altra parte, quando lavorava in Olivetti, progettava sistemi per le macchine da scrivere, da poco invece ha brevettato un nuovo metodo di allevamento per il suo Erbaluce, certificato dall’università di Torino: un’evoluzione moderna della pergola canavesana che mantiene la tipica potatura a tre punte ma riposiziona la vegetazione in senso verticale. La definizione di Petrini non è casuale, Remo, appassionato di bollicine, è stato un pioniere nella spumantizzazione dell’Erbaluce. Un chiodo fisso di famiglia perché suo nonno, affascinato dal metodo Martinotti, aveva già provato a fare uno spumante ma Remo capisce che quest’uva può rendere meglio con il metodo classico e galeotto si rivela un viaggio a Epernay nella Champagne. Così nel 1985 avvia il progetto con pochi ettari di vigneto, nella vecchia Ciek, la cascina di famiglia che darà il nome all’azienda. Produce 2500 bottiglie di Erbaluce spumante metodo classico che commercializza due anni dopo

Un uomo in mezzo a una passitaiaPassitaia

Dal 2013 la cantina si è trasferita fuori San Giorgio Canavese per dare vita a un progetto moderno, tecnologico e di anima green, dove Remo è coadiuvato dalla figlia Lia (inaspettati occhi a mandorla ma accento piemontese) e dall’agronomo di sempre Domenico Caretto. Tra pannelli solari, impianto di fitodepurazione e riciclo dell’acqua piovana che guardano al futuro dell’azienda, c’è la passitaia che segue le tecniche dell’800, qui i grappoli selezionati vengono appesi uno per uno sui telai dove rimarranno per 4-5 mesi prima di diventare Alladium, il passito dell’azienda. E poi ci sono i vigneti che in casa Ciek hanno un nome ben preciso come una persona di famiglia, il Misobolo è il più antico, poi Castagnola, Cascinetto, Biaulej ecc. ecc. suddivisi nei 13 ettari di proprietà frazionati tra i comuni di Agliè, San Giorgio e Cuceglio. Quasi tutti coltivati a Erbaluce tranne qualche vitigno a bacca rossa: Nebbiolo, Barbera, Neretto e Freisa.

Orsolani dal 1894

L’azienda Orsolani a San Giorgio canaveseL’azienda Orsolani a San Giorgio canavese

Vicino al centro storico di San Giorgio Canavese ha sede un’azienda vinicola storica, la Orsolani che ha compiuto da poco i 132 anni di attività, il suo nome, nel Canavese, è più simile a un’istituzione che a una cantina. Nasce nel 1894 quando Giovanni e Domenica, rientrano dagli Stati Uniti dove erano emigrati e aprono la locanda Aurora. Lei cura la cucina, lui inizia a vinificare, fa un vino semplice che piace e lo vende ai carrettieri che scendono dalla montagna e vanno verso Torino o Vercelli. L’attività cresce tanto che negli anni ’20 del Novecento la locanda chiude e la famiglia decide di dedicarsi solo alla viticoltura. Oggi la quarta generazione (ma la quinta è già pronta) è rappresentata da Gianluigi Orsolani e, come nel caso di Ciek, in cantina, quasi tutti i giorni compare Francesco, il padre, classe 1935. Un uomo capace di unire passione e visione, tradizione e innovazione, appassionato cultore delle tradizioni canavesane, ha dedicato la sua vita al vino e all’uva Erbaluce di cui ha capito le grandi potenzialità. È lui che costruisce la cantina moderna pensata per produzione e imbottigliamento e che nel 1968 produce il primo Spumante Metodo Classico da Erbaluce: una scommessa quasi visionaria. Negli anni ’80 l’azienda con Gianluigi cambia ancora passo e nel 1985 nasce la selezione Rustia, dal nome dato alle uve che a completa maturazione assumono una colorazione dorata. È un bianco fermo in purezza da uve Erbaluce raccolte in vigneti collinari (tra i 300 e i 350 metri di altitudine) che ha ricevuto diversi premi. Nel 1995 viene perfezionato il metodo produttivo del passito, ancora oggi fiore all’occhiello dell’azienda, che è stato candidato per tre volte come miglior vino dolce italiano.

Come servire e abbinare le tre tipologie

I vini da Erbaluce hanno colore giallo paglierino brillante con riflessi verdolini, profumo di agrumi, mela, fiori di campo, erbe alpine e una forte impronta minerale. Al palato sono freschi, taglienti con acidità marcata e struttura persistente. Le versioni spumante sono fresche ed eleganti con ottima tenuta nel tempo. Il passito è la massima espressione della varietà, dorato e intenso ha aromi di frutta candita e miele, un’ottima acidità che bilancia la dolcezza.

  • Bianco fermo: si abbina con antipasti di mare come carpacci e tartare di pesce, ma anche una più rustica insalata di polpo e primi delicati, per esempio un risotto agli asparagi, linguine alla vongole e pasta al pesto. Pesce alla griglia o al forno e crostacei. Perfetto con i formaggi freschi come robiola, ricotta di capra e mozzarella perfetto anche con frittate alle erbe e verdure grigliate. Accompagna anche la bagna cauda.
  • Spumante: ottimo per aperitivi e antipasti soprattutto piatti di pesce
  • Passito: è ideale per formaggi stagionati come il Castelmagno o erborinati. Compagno ideale di tutta la pasticceria secca piemontese.

Servite il bianco fermo in un calice di dimensioni medie a 10-12°, lo spumante intorno ai 6° in flûte e il passito in un calice da vini passiti a una temperatura di 8-10°.

Laura Maragliano
Laura Maragliano

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

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