Leonardo, un genio anche in cucina

Leonardo, un genio anche in cucina

Apre oggi a Palazzo Reale la più grande mostra mai dedicata all’artista toscano, che, tra i mille interessi, fu anche un grande appassionato di cucina. Amante della buona tavola, inventò ricette e utensili all’avanguardia, dal cavatappi al girarrosto meccanico

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Detail of The Last Supper by Leonardo da Vinci
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A pochi giorni dall’inizio di Expo, Milano ospita a Palazzo Reale la più grande mostra mai dedicata al più grande artista di tutti tempi. Duecento le opere esposte fino al 19 luglio, provenienti dai musei di tutto il mondo. Pittore, scultore, scienziato, architetto e scenografo, Leonardo fu anche un grande appassionato di cucina.

Pare che il suo amore per la buona tavola nacque durante gli anni di apprendistato alla bottega del Verrocchio a Firenze. Per arrotondare gli scarsi introiti il giovane Leonardo sarebbe stato garzone alla Taverna delle Tre Lumache sul Ponte Vecchio. Il destino volle che l’oste si ritrovasse senza cuoco e promosse Leonardo da cameriere a capocuoco. Nel 1478 il locale andò a fuoco e in quello stesso anno l’artista aprì con l’amico Sandro Botticelli la Taverna delle Tre Rane. E’ certo che l’artista fu per molti anni Gran Maestro di feste e banchetti alla corte degli Sforza, a Milano. Ed è proprio in quel periodo che si dedicò alla sperimentazione di macchinari e utensili avveniristici che ormai siamo abituati a vedere nelle nostre cucine.

Negli scritti lasciati nel Codice Atlantico, conservato a Milano nella Biblioteca Ambrosiana, sono spuntati i disegni del moderno cavatappi, del trita aglio, dell’affettatrice e perfino di un macinapepe. Tra gli appunti e i disegni di meccanica, anatomia e geometria, sono emersi anche gli studi e gli esperimenti per tenere calde le pietanze ed eliminare il fumo e i cattivi odori dalla cucina. Le invenzioni più curiose? Un girarrosto meccanico, ossia uno spiedo dotato di eliche rotanti che giravano con il calore della fiamma.

Vegetariano secondo alcuni biografi, il genio toscano inventò anche delle ricette, prima tra tutte l’acquarosa, una bevanda a base di estratto di acquarosa, zucchero, limone e poco alcool che doveva essere servita fresca. Esperto di botanica, conosceva e sperimentava erbe e spezie, come la curcuma, l’aloe, lo zafferano, i fiori di papavero e l’olio di lino. Nel 1499, subito dopo aver dipinto il Cenacolo, Ludovico il Moro gli regalò una vigna, e forse per questo studiò anche come migliorare la produzione vitivinicola. E’ celebre la sua lettera dove dispensa preziosi consigli al suo contadino per migliorare la produzione.

Dai suoi taccuini emerge anche la maniacale attenzione per la presentazione del cibo, degna di un esperto di nouvelle cuisine. In un appunto elenca i suoi “cibi semplici” preferiti, al contrario non apprezzati da Ludovico il Moro, come i broccoletti lessi con uova di storione e crema, una cipolla lessa adagiata su di una fettina di formaggio di bufala e con un’oliva nera in cima, una susina su una fettina di carne cruda e con un ramoscello di boccioli di melo, fegato di vitello con salvia e pepe sulla polenta, carote scolpite a forma di cavalluccio marino con un cappero e pasta d’acciuga.

E non è un caso, forse, se nell’Ultima Cena l’artista dipinge vicino a ciascun commensale una piccola tovaglia per pulirsi la bocca e le mani, il primo tovagliolo della storia dell’arte.

Silvia Tatozzi
16 aprile 2015

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