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News ed EventiCultura del ciboAcqua oligominerale: e se finora avessimo sempre sbagliato?

Acqua oligominerale: e se finora avessimo sempre sbagliato?

Oltre l'etichetta: i falsi miti sul residuo fisso basso e la guida per individuare la composizione ideale in base alle proprie esigenze

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Più è basso, meglio è: questo si è a lungo detto e pensato riguardo il residuo fisso, ossia il valore che esprime la concentrazione di sali minerali e di oligominerali disciolti in un litro di acqua dopo averlo fatto evaporare a 180° C. La ragione? Meno elementi naturali raccoglie nel suo percorso tra le rocce, più un’acqua viaggia “leggera” e, quindi, è meno “pesante” e più depurativa. E questo spiega perché nelle aziende del settore il basso residuo fisso è diventato un argomento molto usato quando si tratta di vantare i benefici dei vari marchi di acque minerali e spesso viene segnalato in modo molto evidente sull’etichetta (dov’è obbligatorio) e usato come un slogan in pubblicità.

Non si tratta di casi isolati. La maggior parte delle acque in bottiglia vendute in Italia sono classificate come “oligominerali” proprio perché hanno un residuo fisso basso, ossia inferiore ai 500 mg/l. E quindi porre l’accento sulla “leggerezza” in quanto caratteristica positiva delle acque minerali è sempre convenuto a tutti. Anche le Linee guida per una sana alimentazione, il punto di riferimento ufficiale in Italia per la nutrizione, consigliano le oligominerali proprio perché, essendo poco mineralizzate, sono adatte a tutti, senza controindicazioni.

E se fosse ora di cambiare approccio?

Ma da qualche tempo le cose sono cambiate. Al punto da chiedersi se, anziché preferire quelle a basso residuo fisso, non sarebbe meglio scegliere quelle più ricche in minerali, considerandole quasi come un integratore naturale. Che sia arrivato il momento di cambiare approccio? E di capire meglio di quale e di quanta acqua abbiamo davvero bisogno ogni giorno?

Non bevanda ma alimento liquido

versando acqua da un bottiglia di vetro in un bicchiere di vetro azzurro

“Oggi si è orientati a negare la pericolosità dell’acqua ad elevato residuo fisso, ossia ad alto contenuto di sali minerali” ha scritto il professor Marcello Ticca nel suo libro “Miraggi Alimentari”, pubblicato da Laterza. Le ragioni sono diverse.
Diverse ricerche hanno appurato che l’acqua minerale fornisce alcuni sali minerali, come il calcio e il magnesio, in una forma facilmente assimilabile nel tratto gastrointestinale. Tanto che oggi l’acqua minerale viene considerata non una bevanda ma un alimento liquido, capace di fornire sostanze nutritive importanti in quantità significative e in modo altamente biodisponibile. L’esempio più chiaro è quello del calcio: le acque classificate come “calciche” ne apportano almeno 150 ml/litro. Quindi, bevendone due litri al giorno, ci si assicura oltre il 30% del fabbisogno giornaliero raccomandato di questo prezioso minerale.

L'acqua è il più naturale degli integratori

Le acque minerali possono essere anche considerate un integratore alimentare economico (costano in media 24 centesimi al litro) e facile da inserire nella propria routine quotidiana per raggiungere i due litri consigliati nel corso dell’intera giornata. Oltretutto le minerali sono anche un integratore “su misura”. Infatti la produzione italiana è così vasta e fatta di tipologie differenti (in vendita se ne trovano oltre 280 marchi) che ognuno può trovare la più adatta alle sue esigenze. Ad esempio, chi ha problemi con la digestione può preferire quelle a maggior tenore in bicarbonato, perché neutralizza l’acidità gastrica. Chi fa molto sport quelle con un’alta percentuale di sodio così da reintegrare i sali persi con l’attività fisica. Le acque con alto apporto di ferro sono utili in caso di anemia e quelle ricche in magnesio per combattere la sindrome premestruale. Invece chi soffre di ritenzione idrica può scegliere le acque minerali ricche di potassio ma povere di sodio che aiutano a drenare i liquidi dai tessuti.

In alcuni casi, però, occorre cautela. Ad esempio, le acque ricche di magnesio e solfati sono utili in caso di stipsi o di sindrome del colon irritabile ma vanno bevute in quantità limitate e seguendo i consigli del proprio medico così come quelle ad alto tenore di fluoro, utili per ridurre l’incidenza della carie e favorire la mineralizzazione delle ossa.

Calcoli? No problem, anzi

Anche il legame acque minerali/calcoli è stato rivisto dopo che studi epidemiologici hanno dimostrato che non c’è correlazione tra il bere acqua ricca di calcio e la maggior incidenza dei calcoli. “Oggi si pensa sia giusto permettere anche alle persone predisposte a formare calcoli urinari di bere qualunque tipo di acqua, senza temere che il loro calcio possa indurre la formazione dei calcoli” ha specifico il professor Marcello Ticca. La spiegazione sta nella scoperta della notevole capacità del calcio di fissare l’acido ossalico assunto con gli alimenti (soprattutto alcune verdure), favorendo l’eliminazione di questa sostanza che ostacola l’assorbimento del calcio nell’intestino e forma gli ossalati di calcio, colpevoli della formazione dei calcoli. Questo ruolo protettivo delle acque minerali fortemente mineralizzate ha portato a cambiare approccio nei confronti di quelle particolarmente ricche di calcio: anziché vietarle, ora possono essere addirittura consigliate.

Bere a tavola. Buona idea (anche per la linea)

tavolo del ristorante con acqua e pane

Un altro mito da sfatare è che non si debba bere acqua durante i pasti, perché “diluirebbe” i succhi gastrici dello stomaco, rallentando la digestione. Ma è vero il contrario. Assumere un’adeguata quantità di acqua durante un pasto (4-5 bicchieri) favorisce i processi digestivi per due motivi. Il primo è perché migliora la consistenza degli alimenti ingeriti, accelerando lo svuotamento dello stomaco. Il secondo è che così si fornisce ai succhi gastrici l’acqua di cui hanno bisogno per svolgere il loro lavoro e che altrimenti andrebbero a ricavare in altre parti del nostro organismo, allungando i tempi di digestione.

C’è poi un’altra valida ragione per bere acqua a tavola: aumenta il senso di sazietà, e quindi aiuta a tenere sotto controllo la quantità di quel che si mangia. Mica male, vero?

Foto Pexels

Manuela Soressi
Manuela Soressi

Curiosa e gioiosa, non a caso è emiliana, lavora come giornalista freelance specializzata nel settore consumi e food di cui scrive per molte testate di settore (economiche e gourmand). Tra un reportage e l’altro trova anche il tempo di scrivere dei libri. Uno, per esempio, è dedicato ai limoni e un altro ai radicchi e ha ricevuto dall’Accademia italiana della cucina il Premio Gianni Fossati per l’impegno nella promozione e divulgazione della buona tavola tricolore. @manuelasoressi

Curiosa e gioiosa, non a caso è emiliana, lavora come giornalista freelance specializzata nel settore consumi e food di cui scrive per molte testate di settore (economiche e gourmand). Tra un reportage e l’altro trova anche il tempo di scrivere dei libri. Uno, per esempio, è dedicato ai limoni e un altro ai radicchi e ha ricevuto dall’Accademia italiana della cucina il Premio Gianni Fossati per l’impegno nella promozione e divulgazione della buona tavola tricolore. @manuelasoressi

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