Attraverso gli scritti del grande intellettuale del '900, divenuto cittadino newyorkese, seguiamo la storia della pasta italiana in America. Da cibo per immigrati a piatto d’onore
Giuseppe Prezzolini lo abbiamo studiato a scuola, magari un po' di fretta, come capita spesso quando si arriva ad affrontare il '900, e forse non è, tra gli autori, quello che è rimasto più impresso o amato. In realtà è stato uno degli intellettuali più importanti dell'epoca, fondatore nel 1908 dello storico settimanale La Voce, scrittore e giornalista, grande pensatore, ma anche vigoroso moralista, persona polemica e tagliente. Con l'avvento del fascismo iniziò per lui un periodo difficile, che lo indusse nel 1929 ad accettare l'incarico di docente universitario di letteratura italiana e Direttore della Casa Italiana presso la Columbia University di New York. A Prezzolini gli Stati Uniti piacevano e nella città della Grande Mela rimase per 25 anni. "Sono troppo abituato alla chiarezza. In America se mi dicono sì, è sì, se mi dicono no, è no. In Italia è sempre ni". Oppure: "C'era in me dell'americano ancor prima che mi recassi in America e per questo molti italiani non mi potevano soffrire, e c'è restato molto dell'italiano ora che vivo in America e per ciò molti americani non mi possono soffrire. Sono riuscito, insomma, ad essere spiacevole per due pubblici e considero questo come uno dei miei più grandi successi".
Un uomo controcorrente o meglio un "omo non facile", così lo descrisse Emilio Cecchi (critico letterario e d'arte) a Indro Montanelli, diretto a New York nel 1953 per conoscerlo e convincerlo a tornare in Italia. L'opera di persuasione non funzionò, ma Montanelli fu accolto con calore e si guadagnò un piatto di spaghetti preparato dallo stesso Prezzolini: "come certo non se ne mangia in nessun ristorante di Nuova York". Spaghetti appunto, un argomento di cui sentì, in un certo momento della sua vita, l'esigenza di parlare grazie all'incontro fortuito con Giovanni Buitoni al ristorante newyorchese Tiro a Segno. L'industriale perugino negli anni '40 aveva fondato negli Usa la Buitoni Food Corporation, con due stabilimenti e una spaghetteria aperta nel pieno centro di New York, a Times Square. Un locale avveniristico per i tempi perché un nastro rotante a forma di ferro di cavallo portava il piatto di pasta al cliente e lo riportava vuoto in cucina.
"Buitoni", scrive Prezzolini nel libro L'Italiano inutile, "è l'ultima mia scoperta umana. Mi ci son trovato bene avendomi il caso portato da lui, e ho finito per restarci vicino". La conoscenza divenne amicizia, parlavano di tutto e molto di pasta, tanto che l'argomento lo catturò e già settantenne decise di occuparsene scrivendo Spaghetti dinner che dedicò "to my friend Giovanni Buitoni". Stampato nel 1955 a New York per i tipi di Abelard-Schuman, è un'opera minore spesso dimenticata, un testo colto, anche se l'autore lo definì un libretto semiserio, che comprende una parte storica e una di ricette assai divertenti: da quelle antiche (Ippolito Cavalcanti, Platina ecc.), a quelle provenienti da molte parti del mondo, ma la maggior parte era Made in Usa, tratta da libri o periodici di cucina.
Tra le poche ricette italiane ci sono tre salse tradotte dal settimanale Grazia "through the courtesy of Mondadori" e gli spaghetti alle vongole di Letizia Buitoni. Due anni dopo scrisse per l'Italia, editore Longanesi, Maccheroni &C., ripubblicato da Rusconi nel 1998, senza ricettario e con una maggiore ricerca bibliografica, per la quale consultò anche il produttore Agnesi, che gli fornì l'immagine di copertina. L'introduzione, in entrambe le versioni, spiega la genesi dei libri: "Viaggiando sulle autovie che traversan l'America da un oceano all'altro mi colpì su molte facciate di trattorie, che cercan di attirare passanti con segnali luminosi la notte e coloriti di giorno una scritta: Spaghetti dinner… Pochi di quelli che avevan posto la scritta sapevan che cosa significhi la parola spago. Ma tutti sapevano che spaghetti è una parola italiana. Quella scritta mi parve una pietra miliare dell'Italia... Spaghetti dinner era in un certo modo segno della penetrazione Italiana in America e certificato di matrimonio tra i due paesi".
Quindi non un semplice formato di pasta, ma un simbolo culturale che aveva varcato l'oceano e che come tale andava apprezzato, non a caso nelle prime pagine del libro scrive: "l'opera di Dante è il prodotto di un singolare uomo di genio, mentre gli spaghetti son l'espressione del genio collettivo del popolo italiano". Il suggello di questo suo desiderio avvenne nel 1953, quando Giovanni Buitoni sponsorizzò il ballo della Duchessa di Windsor nel prestigioso hotel Waldorf Astoria, a beneficio dei veterani ricoverati in ospedale. Era un evento clou della stagione mondana newyorkese e uno dei piatti serviti al ricevimento fu una "corona di spaghetti ai funghi". La ricetta per Prezzolini segnò il passaggio degli spaghetti dalla zona di Bleeker street (lo scrive lui stesso), un tempo centro di immigrati italiani e vicina a Little Italy, a Park Avenue: una vera e propria entrata in società, come il ballo delle debuttanti. Non più e solo cibo da immigrati.
Laura Maragliano,
maggio 2026
Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.
Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.