Ecco perché il cioccolato non sparirà

Ecco perché il cioccolato non sparirà

Uno speciale laboratorio inglese mette in quarantena le piante malate e spera di risolvere la crisi del cacao, vessato dalle malattie e la cui domanda oggi supera l’offerta

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Handful of Dark Chocolate
Sale&Pepe

Il cioccolato non finirà, state tranquilli. Per uno dei piaceri dolci più amati nel mondo e nuova moda per le popolazioni asiatiche, l'incubo della fine si allontana. Ecco infatti giungere le prime contromosse dopo l'allarme dello scorso autunno, lanciato da studiosi e produttori, che avevano dichiarato lo stato di crisi per le piantine di cacao e ipotizzato la fine dell'era del dolce più amato al mondo.

All'interno dei nascenti laboratori inglesi dell'ICQC, International Cocoa Quarantine Centre, gestiti dall'università di Reading, i ricercatori stanno mettendo a punto una strategia per risolvere i problemi di produzione della pianta del cacao, dalle cui fave si ricava il cioccolato. E hanno trovato il modo per salvare le colture e la loro produzione: curare le piante in un luogo incontaminato, farle crescere rigogliose e poi crearne di nuove, più resistenti e pronte a sopperire al bisogno crescente di cibo degli dei.

Quello degli studiosi dell'ICQC è un ruolo da intermediario: nel villaggio di Arborfield, nella contea britannica del Berkshire, con un clima a dire il vero non troppo tropicale sta nascendo una enorme serra (11mila metri quadrati) dove le piantine vengono portate per essere salvate, curate controllate e poi rispedite ai produttori, questa volta sicuri che la produzione non venga colpita da funghi e malattie.

La temperatura di questi capannoni è ovviamente lontana dal meteo british all'esterno: è controllata al computer per rimanere invariata a simulare il clima africano, l'area in cui il cacao cresce maggiormente (insieme al Sud America) e dove però soffre dei maggiori problemi. È qui, all'interno di queste serre ultramoderne, che il cacao può ricrescere sano in un ambiente incontaminato al riparo dalle malattie endemiche ormai tanto temute.

Il centro inglese in realtà lavora da 30 anni per preservare alcune specie e collabora con i produttori di tutto il mondo per dare loro consigli e aiutarli a ottimizzare terreni e crescita del cacao: la consulenza riguarda anche l'uso dei fertilizzanti, il tipo di coltura, la giusta distanza tra una pianta e l'altra e così via.
Le piante arrivate invece a chiedere asilo al centro, così come quelle nate e cresciute in queste serre, vengono poi tenute in quarantena fino a due anni prima di essere sicuri che possano tornare “a casa” senza soffrire nuovamente dell'attacco di funghi che ne compromettono il raccolto.

Prima di vedere nuovamente la produzione salire e coprire interamente la domanda, però, occorrerà attendere il 2020. Fino a quella data infatti le richieste saranno più alte rispetto al raccolto, soprattutto per via del nuovo interesse dei Paesi asiatici (solo la Cina dal 2009 al 2013 ha visto crescere la domanda di cacao del 58 per cento), che da soli si accaparrano il 16 per cento della produzione mondiale.

Eva Perasso
21 gennaio 2015

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