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Luoghi e PersonaggiLocalitàIn cammino sulla Romea Strata lungo il corso del Tagliamento

In cammino sulla Romea Strata lungo il corso del Tagliamento

Una piccola tappa dei moltissimi chilometri che compongono questo cammino. Fatto per conoscere una tratta dell’ultimo grande fiume selvaggio d’Europa. Tra borghi splendidi, biodiversità, tracce della prima guerra mondiale, prodotti tipici. E scrittori di ieri e di oggi

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Tutti sanno che invertendo l’ordine degli addendi la somma non cambia. Un po’ come l’esperienza di un cammino, che sia stata lunghissima, per esperti escursionisti o più corta per marciatori da quattro soldi come me, rimarrà impressa per sempre. Il viaggio a piedi regala il contatto con la natura, scorci, pause, rumori, scoperte, odori che da nessun treno, o auto si possono cogliere, regala comunanza con i compagni di percorso e soprattutto detta un tempo di vita diverso, come un metronomo che cambia ritmo. Il mio cammino lungo un piccolo pezzo della Romea Strata (dal lago di Ragogna a Spilimbergo, da questa località a Casarsa della Delizia e infine a Valvasone) è stato un viaggio emozionale e di scoperta, in altri tempi avrei detto un viaggio di formazione. Il cibo ha fatto da comparsa, non è stato protagonista e neppure comprimario e per una volta è giusto così.

Il valore umano durante il cammino

tre persone stanno camminando lungo la Romea Strata

È stato il gruppo coeso e solidale, che il caso ha assortito, la natura dei posti e la loro storia a rendere sorprendente il percorso, pur sotto il sole cocente di questo giugno. Ho camminato con Viola Gaudiano responsabile sviluppo progetti della Romea Strata, che ama questo lungo cammino (4700 km dal Mar Baltico a Roma, diviso in 245 tappe) come i suoi figli, la mia amica Klementina Koren, di cui ho scoperto l’anima camminatrice e che della Romea Strata cura l’ufficio stampa. Per non parlare di Billo, il cui vero nome è Fabrizio Billi, videomaker e drone pilot che ci ha ripreso tutto il tempo, grande esperto di cammini e gran camminatore. Voce narrante del percorso Marco Pirona accompagnatore di media montagna (Guida A.M.M.), International Mountain Leader, accompagnatore nazionale cicloturistico e Gong Master, un ragazzo dalle mille risorse che pur essendosi infortunato all’ultimo ci ha seguito tappa per tappa fornendoci racconti, storie, spiegazioni, informazioni naturalistiche e molte, molte bottigliette d’acqua. A Mariachiara Cravero, guida ambientale escursionistica il compito di indicarci i sentieri giusti, mentre a me e ai miei colleghi, Rita, Giuseppina e Silvio che per tutto il percorso abbiamo chiamato scherzosamente Milano, quello di far tesoro del cammino. Ultimo accompagnatore, silenzioso, quasi sornione il Tagliamento che ci ha accompagnato lungo tutto il tragitto, talvolta nascosto dalla vegetazione, talvolta distante dal nostro sentiero e altre volte splendente nel suo percorso.

Partenza dal lago di Ragogna 

lago di RagognaIl lago di Ragogna si estende per 25 ettari

Partire dal piccolo lago di Ragogna, vuol dire immergersi subito nella natura e nel silenzio. Circondato da boschetti costituiti da ontani, pioppi e salici è nascosto alla vista, bisogna avvicinarsi alle sponde per ammirarlo nei suoi 25 ha, circa un quarto rispetto alla superficie originale, dovuti a una bonifica operata negli anni ’30. Di origine glaciale, riempie il paesaggio da 12.000 anni lambendo i confini del comune di Ragogna e di quello di San Daniele del Friuli. Marco ci ha raccontato di essere molto legato a questo piccolo specchio d’acqua dove, da ragazzino, veniva per esplorare e rifugiarsi in una piccola capanna fatta con coperte e canne. Un posto ideale per osservare la natura, ancora oggi si fermano qui gli amanti del birdwatching perché il lago è riparo e transito di molti uccelli migratori e acquatici dall’airone cinerino al germano reale, alla folaga. Sulle sue sponde svettano giunchi e canne di palude, in primavera crescono vari tipi di ninfee ed è uno dei pochi laghi dove vegeta ancora la castagna d’acqua, una pianta edibile.

Non a caso, per la sua biodiversità e per la presenza di habitat di interesse naturale e scientifico è entrato a far parte della rete europea Natura 2000 come Sito di Importanza Comunitaria (SIC). Nelle sue acque vivono luccio, carpa e tinca. Purtroppo anche il pesce siluro introdotto in maniera fraudolenta da qualche pescatore sportivo diversi anni fa. Come ci ha spiegato Marco, oggi una legge regionale ne regolamenta la pesca, per cui ogni esemplare catturato va abbattuto e, ridendo, ha ricordato che 4 anni fa fu pescato un esemplare di 2mt di lunghezza e 56 chili di peso. Intorno al lago si sviluppa un percorso ciclopedonale di 4 km adatto a tutti, ne abbiamo percorso un piccolo tratto per poi cambiare direzione e gambe in spalla rientrare nella tratta principale della Romea Strata e camminare in aperta campagna.

La campagna e un cimitero inaspettato

cuore realizzato nel 2016 un ex cuoco, Renato De Biaso, nel terreno di sua suocera, utilizzando oltre 180 metri di non-tessuto agricolo riciclatoIl cuore realizzato sul monte di Ragogna con un non tessuto agricolo riciclato

Il Tagliamento ci sorveglia, è vicino ma non si vede in questo punto del percorso, ma le sue acque sotterranee e le colline moreniche che circondano la zona rendono la campagna fertile, ricca d’acqua e piena di vegetazione. Invece si vede benissimo il monte di Ragogna dove balza agli occhi il disegno di un cuore: lo ha realizzato nel 2016 un ex cuoco, Renato De Biaso, nel terreno di sua suocera, utilizzando oltre 180 metri di non-tessuto agricolo riciclato e rappresenta un messaggio di pace per tutti. Mentre il cuore camminando scompare alla vista la campagna si apre di fronte a noi con prati in parte coltivati con mais, frumento, legumi, patate, a tratti punteggiate da orti con verdure e alberi da frutto. E poi arbusti spontanei di more di gelso e altri piccoli frutti e poi fiori a riempire i campi. Sono diverse le specie spontanee della famiglia delle Asteraceae che abbiamo incontrato camminando: dalla margherita dei prati (Leucanthemum vulgare), la classica selvatica con petali bianchi e centro giallo, alla pratolina comune (Bellis perennis) più piccola e con rosetta basale, al tanaceto (Tanacetum vulgare), riconoscibile per i capolini gialli. Ma onnipresente è stata la ⁠camomilla selvatica (Matricaria chamomilla) che ha accompagnato il nostro gruppo per tutto il percorso.

Poi all’improvviso, in mezzo alla campagna tra prati e boschi è apparso inaspettato un lungo mura di cinta e un cancello con la scritta Cimitero israelitico. Fondato nel 1735 è la memoria della comunità ebraica che ha vissuto a lungo a San Daniele del Friuli, occupandosi, oltre al prestito su pegno anche del commercio di biade, cereali e tabacco, filatura della seta e vendita di bozzoli, ferramenta e smercio di stoffe, allevamento di bestiame, oreficeria e apicoltura. Anche la professione medica, documentata già nel 1549, divenne un tratto distintivo della comunità. Nel 1700 a San Daniele si contavano 17 nuclei familiari e il cimitero ebraico di Udine aveva esaurito lo spazio, per cui la comunità chiese il permesso di avere un proprio cimitero. Nel 1734 fu individuato il luogo e l’anno successivo stipulato il contratto di affitto. Nel 1751 arrivò anche l’autorizzazione alla sepoltura degli ebrei non residenti a San Daniele. Il cimitero israelitico, visitabile su richiesta, rientra come ci ha spiegato Viola, in un progetto futuro che l’associazione Romea Strata vorrebbe portare avanti con i responsabili dell’Itinerario europeo del patrimonio, ebraico (Itinerario culturale del Consiglio d’Europa certificato nel 2004), per avviare una mappatura dei cimiteri israelitici del nord est d’Italia presenti lungo la Romea Strata. Breve sosta, acqua, e via verso il castello di Ragogna. 

Un castello dalle tante peripezie

Castello di RagognaIl castello di Ragogna ospita una mostra permanente sul Tagliamento, @Michele Grimaz

Imponente, ci accoglie dalla sua altura, infatti lo guardiamo con il naso all’insu. Sorge nella frazione di San Pietro di Ragogna, dove il Tagliamento crea la stretta di Pinzano. Circondato da mura possenti, conserva il mastio, il cortile interno con il pozzo e una serie di fabbricati che in origine ospitavano prigioni, cantine, cucine e scuderie. Una storia tormentata quella del castello di Ragogna: nato come fortificazione a difesa della strada romana che portava a Norico, diventa un centro importante in epoca longobarda anche per dare rifugio alle popolazioni durante le invasioni degli Avari. Dopo vari passaggi di proprietà viene conquistato della Repubblica Veneta e poi ceduto nel 1503 ai Conti di Porcia che lo restaurano facendone una residenza secondaria, ma il terremoto del 1511 e l’incendio del 1560 ne decretano l’abbandono. La mancanza di manutenzione, le rivalità e le contese tra i proprietari stessi del bene, il posto isolato e l'ingiuria del tempo accelerano la rovina del castello, tanto che gli abitanti del Borgo (l'attuale San Pietro) ne approfittano per utilizzare il castello come cava di materiale edilizio. Nel 1878 il conte Ermes di Porcia vende tutto quello che può asportare, tetto compreso, ulteriori danni vengono arrecati nel 1917 durante la ritirata di Caporetto. Dal 1952 diventa proprietà del Comune di Ragogna che lo restaura in modo importante dopo i danni del terremoto del 1976 riproponendolo com’era nel XVII secolo. Oggi il castello vive una vita nuova come location di concerti, presentazione di libri e come percorso museale con esposizioni periodiche mentre, permanente, nella torre del Mastio, è la mostra sul Tagliamento: il fiume che da sempre è stato partecipe delle sue vicissitudini. Acqua, snack e di nuovo gambe in spalla, pronti ad assaggiare un pezzo di storia della prima guerra mondiale. Per info: www.prolocoragogna.it

Il ponte di Pinzano diviso tra guerra e paesaggio

Il ponte di Pinzano ricostruito nel 1970 e il bunker con la lapide dedicata al capitano Moggio e ai suoi soldatiIl ponte di Pinzano ricostruito nel 1970 e il bunker con la lapide dedicata al capitano Moggio e ai suoi soldati

Radure, poi boschi e sentieri e infine un pezzo di strada provinciale portano al ponte di Pinzano, prima di attraversarlo e godere della magnifica vista sul fiume un cartello ci obbliga a sostare per leggere il racconto della difesa del ponte e il ruolo del battaglione del capitano Teodoro Moggio. Quello che le auto attraversano oggi non è l’infrastruttura originaria, ma quella ricostruita nel 1970. Il primo ponte, inaugurato nel 1906 (lungo 181 metri e alto 30), era importantissimo per il passaggio del medio corso del Tagliamento, dopo la disfatta di Caporetto del 1917 venne minato e distrutto dall’esercito italiano in ritirata per impedire alle unità austroungariche di attraversarlo.

Accanto al cartello c’è un vecchio bunker dove è ben visibile la lapide dedicata al capitano Moggio e agli uomini della Brigata Bologna che combatterono nella battaglia di retroguardia sulla riva sinistra del fiume. Nel 1920 il ponte fu ricostruito, poi danneggiato nel 1944, subendo danni irreversibili nel 1966 in seguito all’alluvione e quindi fatto brillare e riedificato quattro anni dopo. Attraversarlo offre un’emozione, non solo per la sua storia passata ma per una delle viste più spettacolari del fiume che scorre sotto le sue arcate: il Tagliamento poco prima forma la stretta di Pinzano uscendo dall'alveo alpino per allargarsi nel tipico letto a canali intrecciati. La Stretta, circa 150 metri, un tempo veniva attraversata da una sorta di chiatta: merci, animali e persone transitavano da una sponda all’altra. Chi arrivava a Pinzano per attraversare il fiume trovava un punto di dazio e di ristoro in attesa di prendere la chiatta. Abbiamo attraversato il ponte all’ora di pranzo, lo stomaco diceva la sua, ma prima di divorare il panino ci aspettava una difficile salita per raggiungere qualcos’altro di inaspettato: l’Ossario Militare Germanico dalla struttura imponente e incompiuta.

Un mausoleo incompiuto 

due ragazze camminano di fronte al mausoleoIn fondo al prato sorge l’Ossario Militare Germanico a picco sul Tagliamento, @Michele Grimaz

La storia gioca davvero brutti scherzi. A poca distanza dal ponte di Pinzano, distrutto dall’esercito italiano per non far passare le truppe austroungariche, sorge sul colle di Pion, l’Ossario Militare Germanico in posizione strategica e panoramica. La sua vicenda parte nel 1936 con un accordo bilaterale italo-germanico che permette al governo tedesco di comprare il terreno e costruire sul colle un monumento funebre ai suoi caduti nella prima guerra mondiale. Il progetto, dell’architetto paesaggista Robert Tischler, avrebbe dovuto custodire le spoglie di circa trentamila soldati tedeschi ed austriaci. Nel 1938 venne costruito un simulacro in dimensioni reali del mausoleo, in legno e canne, per valutare quale sarebbe stato l'aspetto dell'opera compiuta, il cui cantiere iniziò nel 1939 usando maestranze italiane. I lavori proseguirono anche durante il secondo conflitto ma con l’armistizio del ’43 vennero interrotti e mai più ripresi. Nel settembre del 1944 un gruppo di partigiani occupò le postazioni vuote, mentre durante la guerra fredda passò sotto il demanio militare, vista la posizione strategica. Oggi è tutelato e gestito dal Comune di Pinzano, ma versa in stato di semi abbandono e la sua struttura tetra e imponente (ogni colonna persa circa 18 tonnellate) toglie il sorriso. 

Prosciutto e formaggio a volontà

prosciutto crudo Dop San Daniele affettato su un pezzo di pane

Finalmente la nostra sosta godereccia. Sul colle di Pion seduti a guardare il Tagliamento abbiamo divorato dei fantastici panini con il prosciutto crudo Dop di San Daniele, il prodotto principe della Regione Friuli Venezia Giulia. La fame ci faceva sentire anche quella brezza particolare (nonostante i 35°) che a Sant Denêl, come dicono in lingua friulana, crea quel microclima unico che favorisce l’asciugatura graduale e omogenea dei famosi prosciutti, inconfondibili per la presenza dello zampino. Sarebbero bastati 15 minuti di auto (se l’avessimo avuta) per raggiungere San Daniele. Ma eravamo felici così. Quelle fette rosa morbide e suadenti, con un grasso bianco candido, un profumo delicato e dolce che ricorda la frutta secca e il burro di montagna, erano l’accompagnamento migliore per quel momento di vita slow e convivialità. Ed è proprio lo scorrere lento del tempo che rende questo prosciutto un capolavoro di sapienza e tradizione grazie alla stagionatura che dura almeno 400 giorni. Per terminare la nostra pausa ci aspettava una sorpresa, le nostre guide avevano portato il Formadi Salât e l’Asìno (Asìn), due formaggi simili ma non uguali la cui produzione, originaria della zona di Clauzetto e Vito d’Asio e Spilimbergo, si è diffusa successivamente nella parte settentrionale della destra Tagliamento. Molto meno famosi del prosciutto di San Daniele, meritano l’assaggio e noi lo abbiamo fatto alla buona e seduta stante. Nonostante si possa pensare che l’Asìno provenga da latte d’asino, è a base di latte bovino, deve invece il suo nome alla vicinanza del Monte d’Asio della zona di produzione. Nella versione dura arriva quasi a 60 giorni di stagionatura in quella morbida 30, il Formadi Salât invece si gusta dopo una quarantina di giorni. L’aspetto più interessante di entrambi è proprio la conservazione perché una volta formate, le formaggelle vengono lasciate in immersione in una salamoia di acqua, latte e/o panna di affioramento detta “salmuerie”, dai dosaggi misteriosi, tramandati di generazione in generazione. Ottimi con polenta, patate, ma anche in abbinamento a mele e pere.

Pieni di energia siamo ripartiti verso Spilimbergo, fermandoci solo per osservare la Chiesa campestre della Santissima Trinità, edificata nel 1741 dove, nel Novecento, giungevano da Vito d’Asio le processioni estive per invocare la pioggia. E poi di nuovo immersi nella natura dove la vegetazione spontanea si è mostrata con le acacie, il carpino bianco, l’acero campestre, il sambuco, il corniolo, e dove cornacchie, gazze ghiandaie, fagiani e rapaci trovano rifugio. Questa zona del Tagliamento era un tempo importante per la comunità che qui faceva legna, sfalciava l’erba, raccoglieva funghi, lumache, nocciole e germogli primaverili. A Baseglia una sosta nella Chiesa di Santa Croce per il bel ciclo di affreschi di Pomponio Amalteo, allievo e genero del più famoso pittore Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone. La sera ci ha accolti a Spilimbergo.

Spilimbergo, bella con l’anima

spilimbergoIl Palazzo dipinto, uno degli edifici che compongono il castello di Spilimbergo

La meta del secondo giorno di cammino era Casarsa della Delizia, ma prima ci aspettava la vivace Spilimbergo, la scuola di mosaico, la voce delle piante…. e il greto del Tagliamento. Ma andiamo con ordine. Posta su un’altura che domina la valle del Tagliamento Spilimbergo è una tra le più belle cittadine d’arte del Friuli Venezia Giulia. Nata nel Medioevo come centro fortificato ai piedi del castello è divisa in cinque borgate principali. Al Borgo vecchio appartiene il cuore della cittadina, a partire dal castello il cui aspetto non è più quello originale ma il risultato di una serie di modifiche avvenute nei secoli. Oggi si presenta come un raggruppamento di residenze signorili, tra le quali spicca il Palazzo dipinto, disposte ad anello attorno all’ampia corte centrale. Attraversando il fossato del castello si passa alla piazza del Duomo, un tempo centro di mercato e cuore commerciale della cittadina come testimoniano il Palazzo Daziario e la Loggia. Il primo era la sede dei magistrati che riscuotevano i dazi, ed è visibile ancora l’anello che serviva per appendere la stadera, mentre il secondo, luogo pubblico per eccellenza, porta ancora incisa su un pilastro la “macia”: un’asta usata come unità di misura per il controllo dei tessuti. La piazza è dominata dal Duomo, uno dei più importanti edifici gotici della Regione, innalzato a ridosso dell’antica cinta muraria, di cui ha inglobato una torre, trasformata poi in campanile, ricco di capolavori artistici come gli affreschi delle absidi tutti del Trecento. Appartiene al Borgo Valbruna, un tempo il quartiere degli artigiani, il bel Palazzo di Sopra, oggi sede comunale: dalla prospiciente terrazza, quando è sereno, si vede dalla val d’Arzino al monte Ragogna, da San Daniele a Fagagna fin quasi alla linea delle Risorgive. In pratica anche un po’ del nostro percorso.

Sempre a Valbruna si trova la chiesetta dell’Ancona, un piccolo edificio religioso che per la sua posizione panoramica è detta degli Innamorati. In realtà, in questo luogo si incontravano mercanti e pellegrini, perché era il passaggio obbligato per guardare il Tagliamento. Qui si pagava il dazio per l’attraversamento sulla barca, si sostava per rifocillarsi e si ringraziava la Madonna della Mercede per aver scampato i pericoli del viaggio come la perdita del carico o dell’attraversamento del fiume. Nell’attesa i pellegrini ingannavano il tempo tra chiacchiere e giochi: come ancora oggi si può vedere dalle due scacchiere per giocare a Tria, incise con un chiodo sul muretto di cinta della chiesa. Potevamo essere da meno? No di certo, così seduti all’ombra del porticato abbiamo ascoltato Mariachiara parlarci di vegetazione ripariale, ossia quella che nasce tra la terra e l’argine di un fiume come salici, pioppi e ontani, alberi in grado di riesistere a sommersioni temporanee. Ma non eravamo preparati a sentire la voce delle piante, ci voleva Marco, con il suo piccolo dispositivo elettronico per lasciarci a bocca aperta. Così ognuno di noi ha scelto un arbusto tra quelli che circondano la chiesa, Marco ha applicato due elettrodi sulle foglie e il suo apparecchio ha misurato l’attività elettrica della pianta che un’applicazione ha convertito in frequenze e poi in suono. Ed ecco che la mia pianta non aveva la stessa “voce” di quella di Rita o di Silvio o di Klementina. Come il nostro cammino: una scoperta a ogni passo. 

L’arte del mosaico e una scuola unica al mondo

mosaico rappresentante un'aranciaUn mosaico realizzato dagli studenti del primo anno di corso

Palazzi dipinti, affreschi, piccole chiese, porticati e importanti tradizioni compongono la parte antica dell’anima di Spilimbergo, l’altra metà ha un afflato internazionale, per la presenza dal 1922 della Scuola Mosaicisti del Friuli, la più importante al mondo che ha consentito a questa antica arte un futuro degno del suo passato. Un mestiere, oggi vera e propria espressione artistica, nato nel territorio della pedemontana friulana, grazie alla vicinanza con la città di Aquileia, custode della tradizione dei mosaici bizantini e alla presenza dei fiumi Tagliamento, Meduna e Cosa, generosi fornitori di ciottoli multicolori levigati dall’acqua. Questi fattori hanno consentito agli abitanti di molti paesi come Spilimbergo, Fanna, Cavasso Nuova e altri ancora di diventare maestri terrazzieri (esperti nella pavimentazione in graniglia di pietra) e mosaicisti fin dal Cinquecento. La tradizione ha trovato una sua forma organizzata solo nel 1922 quando Lodovico Zanini, delegato per il Friuli dell’Umanitaria di Milano, suggerì l’istituzione di una scuola per mosaicisti a Ezio Cantarutti, l’allora sindaco di Spilimbergo che colse l’intuizione soprattutto per garantire ai giovani, in tempi di forte emigrazione, la possibilità di intraprendere con un diploma una vera strada lavorativa.

La bravura dei mosaicisti della scuola ha lasciato tracce in tutto il mondo: dal ciclo musivo del Foro Italico a Roma, il più grande al mondo, ai mosaici della Chiesa del San Sepolcro a Gerusalemme, alle decorazioni del grande Kawakyo Hotel in Giappone e della Library of Congress di Whashington, sino al più recente “Saetta iridescente”, il mosaico per la stazione della metropolitana di Ground Zero a New York.  Al corso triennale si accede dopo il diploma di scuola superiore e gli studenti vengono da ogni parte del mondo e oggi, al contrario del passato, con una prevalenza femminile. La visita alla scuola è un percorso emozionale alla scoperta della tecnica del mosaico (da quello greco-romano al bizantino, sino alle espressioni moderne e attuali) contestualmente all’iter dello studente. Non è un caso che al terzo anno il mosaico diventi arte contemporanea. Più di ottocento opere sono esposte nella scuola, tappezzano pareti e pavimenti compresi i tavolini del bar interno. E in alcuni giorni si possono acquistare anche alcune opere. Per info e visite: ufficio turistico Spilimbergo, [email protected], telefono +39 0427 2274

Sapete cos’è il Cividin?

l'insegna in legno BulfonUn vigneto dell’azienda Bulfon a Pinzano sul Tagliamento

Ripreso il cammino, con tanta bellezza negli occhi, ci siamo inoltrati nuovamente nella campagna friulana, abbiamo attraversato qualche tratta di strada provinciale e piccoli centri abitati arrivando a Valeriano, frazione di Pinzano al Tagliamento. Qui ci aspettava una bella storia di rispetto del territorio e della sua biodiversità, nata per non perdere l’identità vitivinicola del territorio. L’impresa, non facile, è iniziata per la caparbietà e la passione di Emilio Bulfon che dalla fine degli anni ’60 ha riportato in vita antichi vitigni fagocitati da rovi e incuria, un tempo presenti tra il pordenonese e l’udinese. La passione gli è valsa tanta fatica e una medaglia d’oro al merito come pioniere di una viticoltura ritrovata.

Cividin, Sciaglit, Ucelùt, Ciaonie, Forgiarin, Cordenossa, Piculìt Neri e Fumat: sono i nomi, che il tempo ha dimenticato, degli otto vitigni autoctoni tra bacca bianca e rossa recuperati. Emilio Bulfon li ha amati così tanto da far dipingere le loro uve, una per una, lungo i muri della cantina. Oggi l’azienda vinicola con 12 ettari vitati, frazionati in 27 appezzamenti (pensate che fatica coltivarli) è portata avanti dal figlio Lorenzo che unisce la passione del padre a sperimentazioni continue e all’uso di strumenti più innovativi come le botti di ceramica. Mentre ci racconta le sue tecniche di vinificazione non manca di punteggiare il discorso con piccole storie che raccontano alcune curiosità dei vitigni ritrovati. Come il Cividin, vitigno a bacca bianca, che nel Settecento si trovava sulle mense dei nobili e nei brindisi nuziali oppure l’Ucelùt dal quale Lorenzo ricava un passito. Era chiamato così perché veniva piantato ai bordi di appezzamenti con vigneti di maggior pregio. Gli uccellini mangiavano le sue uve e non toccavano quelle più pregiate. Mentre il rosso Cianorie, orginario di Gemona deve il suo nome al fatto che veniva bevuto a canna. Una degustazione unica ci aspettava a conclusione della visita, l’abbiamo fatta in religioso silenzio, nel rispetto di tanta fatica e godendo di quei nettari unici. E senza sensi di colpa; visto che dopo non avremmo dovuto guidare ma far andare le gambe.

Il Greto del Tagliamento

Il Greto del Tagliamento è una zona Speciale di Conservazione istituita nel 2003, @Michele Grimaz

Potrei risolvere questa parte del cammino con un numero: 2719 ossia gli ettari occupati dalla Zona Speciale di Conservazione del “Greto del Tagliamento”, istituita nel 2003 ed entrata nella rete europea di tutela della biodiversità “Natura 2000” nel 2013. Ma camminare su un fiume che a un bel momento scompare e non per mancanza di acqua, e poi ricompare formando canali che tutti i naturalisti d’Europa vengono a studiare, è qualcosa di unico. Il Tagliamento c’è ma si vede e non si vede, sta giocando a nascondino in questo tratto della pianura friulana compreso tra i territori comunali di Spilimbergo, Pinzano al Tagliamento, Ragogna, San Daniele del Friuli e Dignano. Camminare su questo terreno argilloso e sassoso dà quasi l’impressione di percorrere un’autostrada bianca non ancora asfaltata. Non a caso, mentre osservo la rada vegetazione fatta da piante che vivono in condizioni di elevata insolazione e aridità, un’auto attraversa l’alveo sassoso giungendo sull’altra sponda. Non si può fare, ma chi sa la strada lo fa, sperando che nessuno veda. Ed è in questa zona che il fiume svela la sua natura montana testimoniando lo sgretolamento secolare della montagna.

Poco più avanti torna allo scoperto, formando le “trecce fluide” come il geologo Corrado Venturini ha definito i canali intrecciati, qui sabbie, ciottoli colorati, arbusti, saliceti, cespugli di rovo, pioppi e carpini si mescolano alle acque azzurre, talvolta pericolose. Il Tagliamento è l’ultimo fiume naturale d’Europa, nasce in Cadore e le sue acque scorrono per 170 km, a volte lente a volte irruente dividendo il Friuli in due parti, “di cà o di là dall’aghe”: sponda destra e sponda sinistra. Lungo il suo corso si è creata la Via del Tagliamento che ha collegato i Paesi d’Oltralpe al mare e a Roma attraverso la Romea Strata. In questa zona sassosa, dove l’acqua non si vede, vivono secondo una leggenda le “lis aganis”, fate malefiche pronte a richiamare improvvise piene.

Casarsa, il posto del cuore di Pasolini

La macchina da scrivere di Pier Paolo Pasolini conservata nell’omonimo Centro Studi di Casarsa

Sulla sponda destra del Tagliamento sorge Casarsa della Delizia, oggi importante centro agricolo e nodo ferroviario. Di antiche origini, viene citata già nel 1182, conserva poco del suo passato essendo stata in buona parte distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. L’abbiamo raggiunta verso sera, ma in tempo per provare l’ultima emozione della giornata con la visita al Centro Studi Pier Paolo Pasolini che ha sede nella casa della famiglia di Susanna Colussi, madre dello scrittore. Qui sono custoditi i manoscritti del periodo friulano, le prime edizioni delle opere a stampa, il repertorio cinematografico ma anche i suoi disegni, le immagini fotografiche della famiglia, i manifesti politici e il suo studio con la macchina da scrivere, come se dovesse tornare da un momento all’altro. Le stanze, intatte, anche se prive di mobili, raccontano una dopo l’altra, il suo percorso di intellettuale e di uomo. In questa casa Pasolini trascorse con la madre e il fratello le sue vacanze estive di bambino per poi stabilirsi definitivamente nel 1942 durante la prigionia del padre. È qui che fondò nel 1945 con alcuni amici l’Academiuta di Lenga Furlana, una sorta di salotto letterario per la valorizzazione del friulano ed è da questa casa che dovette fuggire con la madre nel 1950 in seguito alle accuse di atti osceni in luogo pubblico. Girando per le stanze Pasolini si avverte in tutta la sua forza espressiva e nella passione per la sua terra. Le foto del funerale romano e della sepoltura a Casarsa, fronteggianti nei muri del corridoio, sono coinvolgenti. Il Centro Studi è sede di incontri, presentazioni, corsi di formazione, seminari e organizza itinerari nei luoghi pasoliniani attraverso la visita a borghi e siti storici che aiutano a comprendere il rapporto tra lo scrittore e il territorio. Per info: centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it.

A Valvasone si chiude il cerchio

Il borgo medioevale di Valvasone, @Michele Grimaz

Niente camminata per l’ultimo giorno, non potevamo prendercela comoda perché nel borgo ci aspettava una guida d’eccezione: lo scrittore Tullio Avoledo vincitore nel 2020 del premio Scerbanenco e autore di oltre 15 romanzi. Con gli ultimi due volumi pubblicati per NeriPozza (Come si uccide un gentiluomo -2025- e Ultimo valzer di una ragazza perbene -2026), ha inaugurato la nuova serie noir dell'avvocato Vittorio Contrada. Avoledo è nato a Valvasone anche se da molti anni non vive più qui: “Sono andato via appena ho potuto - ci racconta - allora il borgo non era bello come adesso, è stato rivalutato dopo il terremoto del 1976 tanto che nel 2011 è entrato a far parte dell’associazione dei Borghi più belli d’Italia”. Abbiamo passeggiato con lo scrittore nell’antico borgo medioevale ripercorrendo aneddoti e storie di vita vissuta, come quella del maestro, anche bibliotecario e venditore di enciclopedie a tempo perso che gli procurava i libri di narrativa. “Mio padre conobbe Pasolini che qui insegnava alla scuola media e un mio prozio fu suo allievo. Pasolini qui ha seminato bene, molti dei suoi allievi sono diventati insegnanti o hanno intrapreso altre carriere”. Dal castello, maestoso, che domina la piazza centrale del borgo si parte per la visita del posto. Di origini medioevali, il maniero ha ospitato figure illustri come Napoleone Bonaparte, il Papa Gregorio XII e il Papa Pio VI. Oggi è visitabile con tour guidati che comprendono anche il borgo. Attraversando stradine, vicoletti e contrade, arriviamo al Duomo che conserva al suo interno un’opera unica nel suo genere: un magnifico organo veneziano del Cinquecento, dipinto dai maestri Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, e Pomponio Amalteo.

Passeggiare per le strade di Valvasone significa fare un salto nel passato, come dimostrano anche le ruote dei mulini che battono ancora l’acqua ma dobbiamo andarcene, il treno ci aspetta. Si torna a casa. Non senza ricordare ancora una volta Pasolini che percorreva questo angolo di Friuli in bicicletta. Basta il titolo di un libro antologia pubblicato nel 1933: “Un paese di temporali e di primule”. Una sintesi estrema di amore e poesia per questa terra.

Foto apertura Michele Grimaz

Cammina con gusto

Se volete qualche informazione più tecnica sul Cammino Romea Strata seguiteci anche su Starbene nella rubrica Cammina con Gusto.


Laura Maragliano
Laura Maragliano

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

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