Vino: il prezzo è giusto?

Vino: il prezzo è giusto?

Wine Search pubblica la classifica dei 50 vini più costosi del mondo: si arriva fino a 15 mila euro a bottiglia. Da qui la riflessione: cosa c’è dietro al prezzo di una bottiglia? E’ necessario spendere tanto per bere bene? Ne abbiamo parlato con il nostro esperto Sandro Sangiorgi.

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La maggior parte dei buongustai ama accostare ai cibi il vino giusto e nei migliori ristoranti la cantina ha un ruolo fondamentale. Ma non sempre riusciamo a capacitarci del prezzo di certe etichette e, non solo; lo stupore cresce quando ci si trova di fronte alla classifica dei 50 vini più costosi del mondo dominata quasi totalmente da etichette francesi, con rarissime eccezioni tedesche, americane e ucraine.

Il vino più caro e quotato è il Grand Cru francese Richebourg, di Henri Jayer che può costare anche 14 mila euro. A pubblicare la classifica nei giorni scorsi è stato Wine Searcher (clicca qui), un mega motore di ricerca nato nel 1999 e specializzato in vini: ne ha classificati oltre 7 milioni e permette di comparare ed acquistare etichette di tutto il mondo.

Di fronte a queste cifre da capogiro abbiamo sentito la necessità di capire bene cosa ci sia dietro al prezzo di un vino. Ne abbiamo parlato con Sandro Sangiorgi, uno dei padri della critica enologica italiana e nostro esperto e punto di riferimento, che aveva già trattato l’argomento in modo approfondito in un pezzo sul suo sito (Porthos, Dialogo tra due enofili impenitenti, clicca qui) e qui ha risposto alle nostre curiosità.

105147Quale è il prezzo giusto di un vino?
«Premetto che non sono amante delle classifiche, perché non riescono a dare davvero il senso e il valore di un'annata e premetto anche che nonostante si dibatta sui prezzi esorbitanti di molti vini privi di storia e territorio, purtroppo la stragrande maggioranza delle bottiglie in circolazione costa troppo poco per essere credibile. Di fronte a prodotti dal prezzo inferiore a quello del contenitore e della confezione, oltre a evitarli è necessario riflettere su chi li sta commercializzando. È improbabile avere qualità scegliendo dallo scaffale un vino a denominazione di origine a meno di 5 euro: di solito fatico a trovare un liquido verace a meno di 10 euro. Il discorso è ampio, ma possiamo ragionevolmente dire che 50 euro sono il limite oltre il quale il prezzo del vino non ha più una relazione così immediata e comprensibile con il reddito del produttore.»

Cosa c’è dietro al prezzo di un vino?
«Ovviamente ci sono condizioni per le quali si potrebbe spendere una cifra superiore. E possiamo riassumerle qui.
Età: le bottiglie conservate per anni da enoteche e ristoranti possono vantare un prezzo maggiore, a condizione che i vini siano ancora credibili.
Condizioni di lavorazione: se si accerta che la resa di produzione di un vino è molto bassa, e il viticoltore non può venderlo a un prezzo inferiore pena il fallimento dell’azienda, è accettabile pagare più di 50 euro a bottiglia. Parliamo della viticoltura di alta collina e di montagna, cosiddetta eroica, o di quella insulare, situazioni estreme nelle quali spesso non è possibile lavorare con le macchine. Oppure è il caso del produttore che decide di non vinificare o imbottigliare tutti gli anni, perché ritiene che non sussistano le migliori condizioni qualitative. Ma non si può dimenticare che, superata una determinata cifra, il rapporto tra qualità e prezzo è una questione molto soggettiva: per esempio si può decidere consapevolmente di finanziare un produttore verso il quale si ha particolarmente stima, pur sapendo che non ci sarà mai un rapporto oggettivo tra il prezzo pagato e le emozioni provate».

Cosa giustifica i prezzi davvero esorbitanti?
«I cosiddetti Premium Wines costano molto e non è difficile afferrarne il motivo. L’esempio del Sassicaia c’illumina: è diventato un mito tra gli anni settanta e ottanta, quando la quantità era risibile (e anche per questo aveva un prezzo alto); nonostante il numero di bottiglie diffuse abbia da tempo superato le 150 mila, il prezzo non è stato ridimensionato. È evidente che si è creato un tacito patto tra una nicchia di cantine e una fascia di consumatori facoltosi. Con interesse per entrambi che certe etichette siano considerate beni di lusso».

Quindi è una questione di marketing?
«Si, Bordeaux è stata la prima regione a introdurre questo sistema di marketing, seguita ben presto da Stati Uniti, Cile e Australia; l’Italia ci ha messo un po’ di più e oggi alcune delle principali cantine del nostro paese fanno parte di un’associazione di produttori chiamata Premium Familiae Vini. Qui l’obiettivo non è tanto vendere un vino perché venga bevuto, ma trasformare ogni bottiglia in un cimelio irrinunciabile e da esibire, strategia che ha consentito a Gaja di fondare il proprio successo globale. Ogni ristorante ed enoteca del mondo doveva mettere in carta almeno un pezzo pregiato della gamma: i suoi Sorì sono stati a lungo il biglietto da visita di locali alla moda, li guardavi e non li toccavi».

I Premium wines si acquistano per berle o per fare un investimento?
«I facoltosi enomaniaci che comprano bottiglie molto costose – intendiamo sopra i 200 euro – lo fanno per possederle e per berle. Se si comprano bottiglie per fare investimenti, non si ama il vino in quanto foriero di emozioni ma lo si considera una commodity, come altre forme di investimento di capitali. Il vino ha una forza emotiva ed edonistica, ma nella sua storia solo in casi eccezionali, legati a uno strettissimo rapporto tra rarità e qualità delle bottiglie (vedi Jayer, la Romanèe-Conti e pochi altri) è stato considerato un bene di lusso. Non amo il collezionismo, soprattutto se si tratta di materie viventi, come il vino che ha un percorso di trasformazione e in ogni giorno della sua vita può donare un frammento della sua luce inconfondibile. Lasciarlo chiuso dentro la bottiglia come un trofeo è offenderne la natura».

Chi beve vini iper costosi?
«Si tratta spesso di chi ha appena cominciato a dedicarsi al vino: investe subito seguendo i consigli delle guide più diffuse e dei critici più conosciuti; si basa su classificazioni elementari, come quelle in punteggi; guarda il prezzo come un discrimine.
La persona che cerca vini costosi spesso ama un gusto più semplice, non vuole farsi sorprendere, ha bisogno di certezze. Un nuovo profilo è quello dei milionari che si dedicano agli investimenti finanziari (come leggiamo in un pezzo sulla Stampa, clicca qui). Queste sono le stesse persone che, in un modo o nell'altro, hanno favorito l'allontanamento dall'agricoltura sana e umana, speculando in maniera assurda sul debito dei paesi in difficoltà».

Ci vuole una preparazione teorico pratica per gustare un vino molto costoso?
«No... ci vuole una preparazione emotiva per riconoscere e sentire un vino buono. Spesso i Premium Wines si somigliano così tanto da essere confondibili tra loro, sia perché sovente usano le medesime uve sia perché le tecniche di lavorazione sono così invasive da appiattirne la spontaneità. Non è detto che l'essere costosi indichi che siano buoni. Quindi, per gustare un vino estremamente costoso la preparazione è monetaria, oppure bisogna essere amici di persone ricche».

Volendo fare un investimento, su quali bottiglie occorre puntare?
«Amo il vino perché è il ministro della tavola e non perché, un giorno, potrebbe darmi un surplus o una particolare forma di reddito. Quindi, non sono la persona adatta a dare una risposta. Posso dire che le piccole zone, come la Borgogna o Barolo, hanno resistito alle crisi e i loro vini, salvo casi eccezionali, mostrano di tenere il prezzo nel tempo».

Barbara Roncarolo
25 agosto 2015

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