La Londra del food

Chef, ristoranti, librerie, fast food, cucina green, mercati: la felicità per un gourmet è lungo il Tamigi

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Londra è cultura. È shopping, teatro, concerti, musei, librerie, incontri. Ed è anche tanto, tantissimo food. Una città veramente internazionale, capace di accogliere, trasformare e integrare culture, sapori da tutti gli angoli del globo. Una città in cui una rinata tradizione anglosassone convive con la sprimentazione etnica, dove in una stessa cucina un exutive chef neozelandese, Hamish Brown, si avvale di chef italiani a guidare una serie di nuovi locali, che interpretano forme di cucina giapponese ancora poco note in Occidente. Una metropoli dove le bancarelle del mercato (il più ricco, antico e suggestivo è il Borough Market) riuniscono culture e sapori diversi sotto uno stesso tetto (che spesso è anche una mirabile architettura di epoca vittoriana). Una città dove il food è una passione che merita tour guidati al pari di Harry Potter o delle memorie reali.

I Londinesi - una popolazione vivace e multietnica - sono cambiati. Se venti anni fa si accontentavano di scatolette e cibo pronto, oggi escono, frequentano locali e ristoranti, acquistano i prodotti sui mercati e, soprattutto, hanno imparato a cucinare.  Lo testimoniano la passione per gli show televisivi, ma anche quella per i libri di cucina (privilegiata meta degli appassionati è BooksforCooks).

Londra è - ed è stata per oltre due secoli - una comunità molto ricettiva, che ha saputo sfruttare l'immigrazione e attribuire tanti volti alla ristorazione e all'alta cucina. Se Parigi è l'eccellenza dell'houte cousine, a Londra l'eccellenza è in tutto. In molte cucine internazionali, a partire da quella italiana: la Locanda Locatelli, una stella Michelin, è una delle mete dei personaggi dello spettacolo.  

Se accoglie e integra tendenze e contraddizioni del food del terzo millennio, la città non ha perso i suoi rituali gastronomici. Come quello della birra bevuta al pub, magari all'impiedi, sul marciapiede, tra chiacchiere e sigarette (in orari rigorosamente proibiti ai bambini). Gli stessi pub nel resto del giorno sono ottime mete per mitiche colazioni anglosassoni a base dei mai dimenticati pancake che legano in un sorprendente abbraccio bacon e sciroppo d'acero.

Sì. perché, a differenza di quello in molti siamo portati a pensare, la cucina inglese esiste eccome. Lo racconta anche uno sperimentarore come il pluristellato Heston Blumenthal che nel suo "Historic Heston", uscito per Bloomsbury, interpreta tipici piatti british. O  l'eclettico Jaimie Oliver, promuovendo l'innalzamento della qualità delle mense scolastiche o lavorando a Ministry of Food, un progetto per insegnare gratis agli indigenti a cucinare e a scegliere ingredienti e prodotti di qualità.

Con Jaimie, che sul territorio ha aperto catene per tutte le tasche, Londra è anche il paradiso del fast food, per varietà e qualità. Anche, e sopratutto, sano. Dall'ubiquo Pret a manger che propone panini integrali, corrobaranti zuppe, insalate di quinoa e dolcetti gluten-free, all'omnipresente Starbucks, che suggerisce macedonie e insalate, fino alle bancarelle no-logo con frutta fresca e succhi vegetali.

Perché - lo dicono tutti gli chef che abbiamo sentito, (Maria Elia, onnivora, ha anche firmato un volume vegetariano) - il cibo del futuro è sano. Ma soprattutto buono, of course.  

Livia Fagetti
22 luglio 2015


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