Perché quest’agrume sta conquistando gli chef di tutto il mondo?
Discretamente, quasi in punta di piedi, lo yuzu è diventato nell’arco di pochi anni uno degli ingredienti più ricercati nelle cucine d’autore e il protagonista di tanti piatti firmati da chef stellati di tutto il mondo. E non tanto perché si tratti di un limone “esotico” o di una rarità da esibire, ma perché questo piccolo agrume dalla forma irregolare e dal profumo penetrante ha un’allure speciale. Prima di tutto culturale, perché in Giappone è il frutto dell’inverno per eccellenza. E poi gastronomica, perché il suo aroma unico (e sorprendente per gli occidentali), che sembra un mix tra limone, mandarino e pompelmo ma con una nota floreale ed erbacea che lo distingue da tutti e tre questi agrumi, gli dà una spiccata personalità gastronomica e stimola la creatività in cucina. Questa complessità lo rende insostituibile nella cucina giapponese: nessuna combinazione di agrumi riesce davvero a replicarlo. E quest’unicità ha conquistato anche i più esigenti chef europei.
Simile a un piccolo pompelmo, ma con la buccia spessa e rugosa, che è verde nel frutto acerbo e diventa gialla quando è maturo, lo yuzu (Citrus junos) ha una polpa chiara, ricca di semi e poco succosa, che gli dà una resa molto bassa (pari a circa un terzo di quella di un lime) ma anche una concentrazione eccezionale di profumi (e per questo è molto apprezzato anche in cosmetica). Originario dell’Asia orientale, lo yuzu è arrivato in Giappone passando per la Cina e nel Paese del Sol Levante ha trovato il suo habitat ideale, tanto da essere coltivato in diverse aree, come Kochi (da cui arriva circa la metà della produzione nazionale), Tokushima, Nara ed Ehime. Raccolto tra novembre e dicembre, nella cultura giapponese lo yuzu è associato all’inverno, anche per la tradizione del bagno allo yuzu (yuzu-yu) durante il solstizio d’inverno per purificarsi e proteggersi dai malanni di stagione.
Com’è tipico della cultura gastronomica giapponese, lo yuzu è utilizzato in modo estremamente preciso e “tecnico”: infatti raramente lo si consuma come frutto intero, perché ha poca polpa e troppi semi. Il suo “tesoro” sta nella scorza e nel succo, due ingredienti molto usati per bevande, marmellate e condimenti.
Nella tradizione gastronomica giapponese, lo yuzu viene utilizzato con grande attenzione all’equilibrio:
In tutti i casi lo yuzu agisce da amplificatore aromatico, in linea con la filosofia culinaria giapponese che privilegia armonia e rispetto degli ingredienti. Questa personalità intensa e riconoscibile, ma umile nella capacità di “accendere” gli altri ingredienti, lo ha reso perfetto per l’alta cucina contemporanea, dove gli chef cercano prodotti capaci di sorprendere ma senza sovrastare o prevaricare. In un momento in cui l’alta cucina cerca ingredienti distintivi, questo lo rende prezioso: basta poco per cambiare completamente un piatto.
Ormai lo yuzu è entrato nella cucina contemporanea di tutto il mondo secondo un copione già visto: un ingrediente giapponese di nicchia diventa mainstream in Occidente, offrendo qualcosa di nuovo rispetto ai prodotti locali. In effetti gli chef lo impiegano per dare freschezza, soprattutto nei piatti di pesce: dalla salsa allo yuzu che accompagna pesci nobili come il rombo ai fondi agrumati che valorizzano i tagli più pregiati di tonno crudo. Anche l’alta pasticceria ama lo yuzu per la sua capacità di bilanciare l’eccessiva dolcezza con una nota insieme agrumata e floreale. Il successo dello yuzu nella cucina stellata, dunque, non è casuale. E non sembra solo una moda perché lo yuzu ha tante virtù: è versatile perché funziona su pesce, carne e dessert, ed è anche multisensoriale, perché stimola gusto e olfatto. E poi è sorprendente ed estremamente elegante, perché aggiunge acidità senza risultare aggressivo come altri agrumi e porta in tavola un tocco della raffinatezza riconosciuta alla cucina giapponese. La più amata del momento.
Manuela Soressi,
maggio 2026
Curiosa e gioiosa, non a caso è emiliana, lavora come giornalista freelance specializzata nel settore consumi e food di cui scrive per molte testate di settore (economiche e gourmand). Tra un reportage e l’altro trova anche il tempo di scrivere dei libri. Uno, per esempio, è dedicato ai limoni e un altro ai radicchi e ha ricevuto dall’Accademia italiana della cucina il Premio Gianni Fossati per l’impegno nella promozione e divulgazione della buona tavola tricolore. @manuelasoressi
Curiosa e gioiosa, non a caso è emiliana, lavora come giornalista freelance specializzata nel settore consumi e food di cui scrive per molte testate di settore (economiche e gourmand). Tra un reportage e l’altro trova anche il tempo di scrivere dei libri. Uno, per esempio, è dedicato ai limoni e un altro ai radicchi e ha ricevuto dall’Accademia italiana della cucina il Premio Gianni Fossati per l’impegno nella promozione e divulgazione della buona tavola tricolore. @manuelasoressi