Seguici su Facebook Seguici su Instagram
News ed EventiNewsUva da tavola: l’Italia ne produce un milione di tonnellate

Uva da tavola: l’Italia ne produce un milione di tonnellate

La maggior parte proviene dalla Puglia, seguita a ruota dalla Sicilia. La esportiamo soprattutto in Germania, Francia Polonia. Vincono le varietà senza semi preferite anche dai consumatori under 16

Condividi

L’uva da tavola piace ai giovani. A dirlo è una recentissima ricerca di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), un ente pubblico economico italiano vigilato dal Ministero dell’Agricoltura. Sono gli under 16 che condizionano la famiglia all’acquisto di uva da tavola confezionata (nel 2025 +35% rispetto al 2023) considerata più comoda e pratica, ma cresce anche il numero di famiglie che acquistano questa frutta, in confezione o sfusa, più di cinque volte l’anno. L’aumento è dovuto soprattutto alla diffusione in Italia e all’estero delle varietà apirene (seedless), ossia senza semi che piano piano stanno sostituendo le tradizionali. Varietà che non sono frutto di strani esperimenti genetici ma di un fenomeno fisiologico, spontaneo in alcune varietà o favorito dai viticoltori attraverso specifici e mirati incroci anche di antica tradizione

I grappoli non sono tutti uguali, ce ne sono 120 varietà

Uva da tavola verde in una cassetta

Al supermercato si scoprono nomi nuovi, accanto alle tradizionali con semi come Italia, Regina, Vittoria, Palieri, Red Globe, Black Magic, compaiono tra le molte Arra 30, Autumcrisp, Sugraone, Millenium, Maula, Rubi Rush e Star Light tutte senza semi. Le seedless sono vendute solitamente in confezione e per scoprire come si chiamano bisogna leggere l’etichetta. Sono solo alcune delle 120 varietà di uve moderne, che un viticoltore può scegliere di coltivare in base alle esigenze di mercato.

I breeder, così sono chiamati gli esperti che le sviluppano, cercano varietà tardive per allungare il calendario commerciale ma anche sostenibili, adatte a produzioni elevate e costanti, uve resistenti all’umidità e alle piogge, al caldo e alla siccità. Oppure varietà in grado di esprimere acini più croccanti, succosi o dolci, come il consumatore richiede. La scelta della varietà da coltivare è un investimento importante per l’agricoltore che dovrà impiantare un nuovo vigneto, aspettare che produca (occorrono tre anni) e poi pagare royalties all’azienda che ha brevettato la varietà. Un mondo complesso quello dell’uva da tavola che nessuno immagina quando ha in mano un grappolo

Quanta fatica sotto il tendone

Una nuova cultivar di uva da tavola impiega 15 anni prima di arrivare al consumatore ma, dal momento in cui comincia la sua vita, questa avviene esclusivamente sotto il tendone: un sistema composto da pali (cemento o legno) alti circa 2 metri da terra, uniti da fili di ferro intrecciati a maglie (es. 50x50 cm) che formano un soffitto vegetativo orizzontale. I vantaggi sono diversi: i grappoli sono protetti dalla chioma orizzontale delle foglie e non si bruciano, si possono applicare teli antipioggia/antigrandine sopra la struttura anche per anticipare o ritardare la maturazione del raccolto. Inoltre I grappoli restano lontani dall'umidità del suolo, migliorando la sanità e l'aspetto estetico dell'uva. 

a sinistra un operatore raccoglie l'uva, mentre a destra un impianto di viticoltura

Il principale limite di questo sistema è rappresentato dagli elevati costi di gestione, dovuti alla difficoltà di meccanizzare le operazioni colturali. Per questo motivo, l’altezza dei pali fuori terra deve essere contenuta, in modo da consentire agli operatori di lavorare agevolmente da terra. Dati Istat del 2021 riportano che la manodopera che occorre per il processo produttivo dell’uva da tavola è di circa 150 giornate lavorative annue per ettaro, per un fabbisogno di manodopera che ammonta a 7 milioni di giornate lavorative annue, ossia a più di ventimila addetti costantemente impegnati nel settore, senza considerare l’indotto.

Vigneti promiscui

Fino al 1882, nel Belpaese, non vi erano vigneti distinti per la coltivazione di uva da tavola o da vino ma c’era promiscuità. Per l’esportazione si sceglievano i grappoli a maturazione precoce con buccia consistente. Già dal 1869, da Bisceglie (BA) iniziarono le spedizioni di uva verso altre città italiane come Milano, Torino, Bologna, ma anche verso Paesi esteri come Germania, Svizzera e Austria. Per sapere quanta uva in genere veniva prodotta e venduta in Italia bisogna aspettare il 1900, quando inizia la raccolta dati da parte della statistica ufficiale del Ministero dell’Agricoltura che risulta di 500 mila quintali, di cui 150 esportati

La richiesta di uva italiana all’estero portò a riflettere sulla sua coltivazione per migliorarla, osservando che soltanto nei territori a clima caldo-arido, l’uva era più gialla, con elevati contenuti di zuccheri e aromi, risultava meno suscettibile alle malattie e meglio si conservava sulla pianta. Fu allora che si cominciò a sviluppare una sensibilità specifica che porterà alla realizzazione di vigneti appositamente dedicati all’uva da tavola aumentando gli investimenti e le superfici destinate. A fare da traino anche fattori sociali: la coltivazione di uva da tavola, infatti, richiedeva molta manodopera.

Il metodo di Pierro

vigneti con uva scura

Prima del 1900, i vigneti in genere venivano realizzati con la forma di allevamento del classico alberello pugliese. Negli anni successivi, si passò al vigneto a “spalliera”, scegliendo 2 tralci a frutto e legandoli su fili di ferro sostenuti da pali di legno. Tappa fondamentale nella definizione della struttura del vigneto da tavola come la si conosce oggi fu quella firmata dal pugliese Vito Di Pierro di Noicattaro (BA). Dopo aver lasciato la professione di maestro elementare si dedicò completamente all’attività agricola e commerciale. Attività che nel 1920 lo portò in Abruzzo, nel territorio di Ortona a Mare, per osservare le tecniche di coltivazione e la forma di allevamento alta adottata per la varietà Mennavacca o Regina bianca.

Al rientro, dopo numerosi tentativi per individuare una struttura solida, capace di sostenere il peso della produzione, si pensò all’allevamento della vite a "Tendone"o "Pergolato" o "Capanna abruzzese" o "Parral" degli spagnoli. Il primo impianto a tendone fu eseguito nel 1924 su due ettari del fondo denominato "La Serra" nelle campagne noiane. Progressivamente, la struttura a tendone fu migliorata aggiungendo ai pali di sostegno delle piante altri pali all’esterno a formare una tettoia a volta piana, sulla quale sistemare la vegetazione e la produzione delle piante situate fuori dei limiti del tendone. Negli anni successivi questa nuova forma di allevamento prese sempre più piede in diverse regioni dell’Italia meridionale. 

Dopo le mele tocca all'uva andare all'estero

Tanti operatori del settore impacchettano l'uva in un'industria

A inizio primavera mangiamo uva cilena o sudafricana seguita da quella egiziana e spagnola (due concorrenti temibili per l’export italiano), mentre da metà maggio arrivano le prime uve dalla Sicilia, seguite a luglio da quelle pugliesi che dominano il mercato sino a dicembre. La prima uva da tavola che arriva nei supermercati è la Vittoria, varietà con semi, mentre la prima “seedless” è la Arra 30. L’Italia produce ogni anno quasi un milione di tonnellate di uva da tavola (973 per la precisione), su una superficie di 47.000 ha. Il 60% proviene dalla Puglia il resto dalla Sicilia e poi piccole quantità da Basilicata, Calabria, Abruzzo, Lazio e Sardegna (per un totale di 3589 ha fra tutte). Del milione di tonnellate il 37% rimane sul mercato italiano, il 44 va all’ estero soprattutto in Germania, Francia e Polonia, ma cresce anche la quota verso il Regno Unito. La rimanenza viene trasformata dall’industria.

Nel 2025 il valore delle esportazioni si è avvicinato al miliardo di euro: dopo le mele l’uva da tavola è la frutta più esportata in Italia. L’acquisto di uva confezionata batte quella sfusa con una quota del 55% che esprime una crescita del 6% in 5 anni. Aumenta anche la quota in valore del prodotto confezionato: 61% con un rialzo del 10% in 5 anni. Il mese che registra il picco degli acquisti di uva da tavola è settembre mentre a ottobre c’è il picco della spesa per l’impennata autunnale dei prezzi delle uve. Il prezzo medio di questa frutta si attesta a 3,25 euro al kg, poco variato rispetto al 2024 (+0,4%). Il 72% dell’uva da tavola è venduta nella distribuzione moderna e il 28% nel dettaglio tradizionale. Un buon incremento di vendite lo ha registrato anche l’IGP Uva da tavola di Puglia che ha raddoppiato i volumi di vendita dallo scorso anno. Il consorzio, forte anche del nuovo numero di iscritti ha richiesto una revisione del disciplinare perché possano essere iscritte le nuove varietà italiane, al momento fanno parte dell’IGP  le uve: Italia, Regina, Victoria, Michele Palieri e Red Globe

Le tradizionali hanno i semi, la più antica è la regina

tre diverse tipologie d'uva: black magic, victoria e palmieri

Ci sono varietà di uva da tavola che hanno accompagnato la nostra vita, e sono tutte con i semi anche se già nel 1926 si parlava di uva apirene. La più antica è la Regina dall’acino giallo dorato grande e polpa croccante e dolce. Un vitigno di origini molto antiche, forse introdotto in Italia dagli antichi romani che lo portarono dalla Siria. Viene coltivata soprattutto in Puglia ma anche in Sicilia, Basilicata e Calabria. L’uva Italia invece è stata ottenuta dall’agronomo Augusto Pirovano nel 1911 incrociando la varietà Bicane con il Moscato d’Amburgo, entrata in commercio nel 1926 come “la migliore varietà da serbo della categoria lusso” è stata per anni l’uva con semi più diffusa. La Victoria o Vittoria è più recente perché è stata creata in Romania nel 1968 dall'Istituto di Ricerche Orticole di Drăgășani, tramite l'incrocio tra le varietà Cardinal e Regina, viene coltivata su larga scala a partire dagli anni '70 e '80. Essendo precoce è la prima uva italiana che troviamo sul mercato.

Considerata quasi una senza seme (anche se lo possiede ma è molto morbido) è la varietà Luisa, uva a bacca bianca di filiera tutta italiana, sviluppata dal breeder Stefano Somma e coltivata tra Puglia e Sicilia. Tra le varietà a bacca rossa o nera troviamo la Palieri, creata nel 1958 a Velletri dall’agronomo Michele Palieri da un incrocio tra le varietà Alphonse Lavallée e Red Malaga, coltivata in Puglia e Sicilia è un’uva medio tardiva (settembre-ottobre). È una californiana degli anni ’50 la Red Globe dagli acini grossi, tondi e rossi, in Italia si è diffusa rapidamente negli anni’80. Mentre la Black Magic è considerata tra le migliori varietà a bacca nera precoci. Creata dall’Istituto di viticoltura di Chisinau (Moldavia) col nome di Kodreanka è stata introdotta in Italia, nel 1986, dalla Società Cooperativa Agricola "Vivai Cooperativi Rauscedo s.c. a r.l." nell'ambito dei rapporti di collaborazione con l'Istituto moldavo. 

Apirene: insieme a tante californiane spunta qualche italiana

I consumatori prediligono sempre di più le uve “apirene” (seedless), cioè senza semi a discapito delle varietà tradizionali, tanto che quando un vigneto giunge al termine del suo ciclo vegetativo viene sostituito con quello di una cultivar senza semi. In aree di produzione importanti come Noicàttaro, Rutigliano e Adelfia, in provincia di Bari, la superficie dedicata a queste varietà ha superato per estensione quella delle tradizionali e una conversione simile sta avvenendo n Sicilia.

Ma come si chiamano queste varietà e da dove vengono? Tra le più commercializzate c’è l’Arra 30 o SugarDrop, in Italia dal 2019, è una cultivar a bacca bianca lunga, precoce. Fa parte della famiglia delle Arra, brevettate in California. Il gruppo delle uve californiane prosegue con l’Autumn Crisp che è il nome commerciale della varietà Sugra35 creata negli anni’80 dal breeder Michael Striem incrociando varietà come Italia, Muscat of Alexandria e Sugraone: a sua volta varietà pregiata dal chicco grande e croccante di colore giallo verde conosciuta anche come Superior seedles, è coltivata soprattutto i Sicilia dagli anni’80. La Millenium è una cultivar bianca che nasce in Ungheria grazie al lavoro di miglioramento genetico del dottor László Nagy, come ibrido tra le varietà Perlette e Seyval Blanc, in italia si diffonde principalmente in Puglia tra il 2000 e il 2010. La precocissima Star Light è a bacca rossa, nasce in Israele presso il Volcani Center (ARO - Agricultural Research Organization), grazie all'attività di ricerca genetica e miglioramento varietale, ed è ampiamente coltivata in Italia in Puglia (soprattutto nella provincia di Bari.) La coltivazione in Italia è iniziata verso il 2017-2018. La Rubi Rush è una delle ultime varietà a bacca rossa entrata in commercio (2023), creata dall’azienda californiana Sun World è croccante con polpa succosa e un profilo aromatico vivace, esaltato da un perfetto equilibrio tra dolcezza e acidità. Dopo tante americane finalmente un’uva da tavola senza semi a bacca nera creata in Italia, si chiama Maula, il nome è un omaggio alla città di Mola di bari. È stata sviluppata dal CREA - Centro di Viticoltura ed Enologia di Turi (BA) insieme al Consorzio Nu.Va.U.T (Nuove Varietà di Uva da Tavola). Registrata nel registro nazionale delle varietà di vite nel 2023 ha cominciato ad essere prodotta nel 2024. Varietà molto precoce (da fine giugno a metà luglio) ha polpa croccante, gusto armonico e bilanciato e grandi acini da 9-10 g l’uno.

Oltre alla Maula, il CREA e il Consorzio Nu.Va.U.T. ha sviluppato una trentina di altre varietà apirene per le quali sono state avviate le procedure di protezione varietale e vengono coltivate ancora in via sperimentale.

Laura Maragliano
Laura Maragliano

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Iscriviti alla newsletter di sale&pepe

Iscriviti ora!

Abbina il tuo piatto a