Dove sono finiti i nostri animali?

Dove sono finiti i nostri animali?

Dall’ultimo censimento della Coldiretti risultano spariti dai nostri allevamenti almeno 2 milioni di mucche, maiali e pecore. Una perdita che l’Europa dovrebbe aiutarci a fermare

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Le fattorie italiane lanciano l'SOS: mancano all'appello almeno 2 milioni di animali tra mucche, maiali e pecore destinati al fabbisogno alimentare. Sono stati rimpiazzati dall'importazione di carni provenienti dall'estero.

Ma c'è anche un altro pericolo che incombe: è l'estinzione di alcune antiche razze tipiche delle zone interne e montane della nostra Penisola dovuto allo spopolamento e all'abbandono dell'attività contadina.

La richiesta di aiuto è stata lanciata alla Fieragricola di Verona (dal 3 al 6 febbraio) mostrando i risultati dei rilevamenti effettuati da Coldiretti negli ultimi 10 anni.

Presenti in fiera in questi giorni sono 600 animali da allevamento che rappresentano la varietà delle razze italiane e la ricchezza che ne deriva sotto il profilo della qualità alimentare.

Ebbene, lamenta la Coldiretti, ben 130 di queste razze sono a rischio: si tratta precisamente di 38 specie di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di cavalli, 10 di maiali, 10 di galline, oche e volatili da cortile e 7 di asini.

Una perdita davvero inestimabile che va di pari passo con la crisi dei prodotti della norcineria nazionale e dei formaggi a denominazione di origine protetta sui quali l'Italia, con ben 49 Dop, può vantare il primato (segue la Francia che ha solo 45 latticini con l'ambito marchio).

Secondo la Coldiretti a essere in gran parte responsabile del generale stato di crisi in cui versano le "tipicità" da fattoria è che l'Unione Europea non prevede norme abbastanza severe contro l'esportazione e l'etichettatura di copie imperfette ed economiche dei nostri prodotti nazionali. La mancanza di chiarezza riguarda anche il latte a lunga conservazione, ma salumi e formaggi sono le vittime più pregiate.

"I numeri del finto Made in Italy sono enormi", dice Roberto Moncalvo della Coldiretti, "riguardano i due terzi dei prosciutti e addirittura la metà delle mozzarelle". Se a questo inganno si aggiunge il prezzo inadeguato del latte italiano per cui al nostro produttore viene corrisposta una cifra persino insufficiente a compensare i costi sostenuti, è facile capire perché sia tanto difficile tenere in piedi un allevamento di qualità.

Non per niente solo nel corso del 2015 hanno chiuso i battenti mille stalle da latte, in buona parte dislocate in aree montuose: la loro scomparsa ha inevitabilmente avuto effetti deleteri sull'occupazione e ha trascinato con sé una serie di altre attività economiche, oltre a dare l'avvio per il dissesto ambientale cui vanno inevitabilmente incontro le aree abbandonate.

Nonostante questo ad oggi la fattoria italiana può ancora contare su numeri di una certa importanza: vi vengono infatti allevati 49 milioni di galline, 8,7 milioni di maiali, 7,2 milioni di pecore, 6,5 milioni di conigli, 6,1 milioni di bovini, un milione di capre, 370mila bufale, 400mila cavalli e 50mila asini.

Ma per quanto sarà così?

A sostegno della sopravvivenza degli allevatori, nell'agosto 2015 il Parlamento ha approvato una legge sull'agricoltura sociale in cui si sottolinea l'importanza della funzione educativa degli animali da fattoria che possono essere adibiti a progetti di pet-therapy.

L’ippoterapia o l’onoterapia così come le fattorie didattiche rivolte alle giovani generazioni stanno quindi diventando un'importante boccata di ossigeno per gli allevatori afflitti da costi insostenibili e concorrenza "sleale".

Ma anche l'informazione deve fare la sua parte: in questi giorni di Fieragricola, tanto per cominciare, la Coldiretti sta offrendo ai visitatori la possibilità di conoscere le piu’ rare e curiose razze del nostro Paese, come la mucca cabannina, la pecora massese, il cavallo bardigiano o la capra girgentana.

Purtroppo sono tutte specie a rischio di estinzione e se non si correrà ai ripari potrebbe essere una delle ultime occasioni per vederli.

Daniela Falsitta,
4 febbraio 2016

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