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Dimenticate quel sushi un po’ appiccicoso, la salsa di soia da supermercato, il salmone crudo striato di grasso e i roll arcobaleno. La vera cucina giapponese è rigorosa, silenziosa, sorprendente. A raccontarla è il Maestro Hirotoshi Ogawa

Il taglio: una tecnica di cottura

Il Maestro Hirotoshi Ogawache mostra verticalmente un coltello professionale da sushi, indicandone la lama con precisione

Secondo la cultura nipponica, tagliare è il ‘quinto metodo di cottura’, insieme a bollire, friggere, cucinare a vapore o alla griglia. Un concetto particolarmente appropriato per pesce e verdure crude. Il taglio giusto non stressa la materia prima, non rompe le fibre: è netto e controllato, “accompagna” il prodotto scorrendo dal fondo alla punta e conferisce una precisa impronta di sapore. È praticamente impossibile da praticare senza un coltello giapponese tradizionale, strumenti raffinatissimi e molto costosi (dai 100 ai 300 euro in media), diversi dai nostri perché hanno lama asimmetrica, cioè affilata solo da un lato e liscia sull’altro lato.

Sono quattro i tagli rituali, ognuno con una funzione precisa.

  • Hiki-zukuri: taglio lungo e continuo, ideale per i filetti spessi di pesce, per ottenere fette compatte e lucide, perfette per il sashimi.
  • Hira-zukuri: taglio diagonale che allarga la superficie del boccone, rendendo la fetta più grande e visivamente armoniosa, adatto ai pesci morbidi.
  • Usu-zukuri: sottilissimo, quasi trasparente, pensato per le parti più dure e fibrose, che diventano morbide al palato senza perdere masticabilità.
  • Sogi-zukuri: taglio obliquo per il ‘neta’, la fetta destinata a sposare il riso nel nigiri. La sezione viene calibrata per aderire al riso senza sfaldarsi.

L’umami, sapore ‘profondo’

Il taglio così sapientemente praticato fa sì che il cibo non perda l’umami, uno specifico termine giapponese che identifica il quinto gusto fondamentale, oltre a dolce, salato, amaro e acido. Definito come ‘saporito’, ‘delizioso’ ‘profondo’, ‘persistente’, è un’esperienza molto familiare anche per noi italiani, perché parmigiano, crostacei, pomodori maturi e acciughe sott’olio sono considerati vere ‘bombe’ di umami. L’umami giapponese nasce dall’incontro di tre grandi famiglie di molecole (e quindi di ingredienti):

  • il glutammato, presente in kombu e altre alghe.
  • l’inosinato, tipico del katsuobushi (ingrediente base della cucina nipponica, ottenuto da pesce essiccato e fermentato) e di altri pesci essiccati.
  • il guanilato, concentrato in funghi come gli shiitake e in diversi prodotti fermentati.

Glutammato, inosinato e guanilato attivano i recettori dell’umami sulla lingua e, quando si combinano nello stesso piatto, si sommano e si potenziano a vicenda, amplificando ulteriormente la percezione del sapore.

Fermentazione, quasi un superpotere

Mani che sorreggono un vassoio con due ciotole di ceramica contenenti pasta di miso e una bottiglia di vetro con salsa di soia scura

Non esiste cucina giapponese autentica senza fermentazione: è il fil rouge che lega gusto, digeribilità e – forse – la leggendaria longevità nipponica. Nella dispensa giapponese molti elementi fondamentali nascono proprio da questo processo:

  • salsa di soia, ottenuta dalla fermentazione di soia e cereali
  • aceto di riso, prodotto dalla fermentazione alcolica e poi acetica del riso
  • mirin, condimento dolce a base di riso fermentato, che lucida e insaporisce le preparazioni
  • miso, pasta di soia (spesso con riso o orzo) fermentata, base di zuppe, marinate e salse
  • sake, bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del riso. Al centro di tutto c’è il fungo koji, più precisamente l’Aspergillus oryzae, una muffa nobile che colonizza cereali e soia liberando zuccheri e amminoacidi responsabili di un umami lungo e avvolgente. Viene spesso descritto come una sorta di ‘antibiotico naturale’ che aiuta a tenere sotto controllo i batteri indesiderati ed è benefico per l’intestino: un elemento chiave non solo per i sapori, ma per lo stile di vita giapponese.

Il riso, vero protagonista

Mani che modellano con cura una piccola porzione di riso per sushi (nigiri) sopra una ciotola di riso bianco cotto

“Il valore del sushi sta per il 50% nel riso”, ha ammonito il maestro Ogawa. “Tutti spendono cifre importanti per il pesce, eppure è lo shari – il riso condito con aceto – a determinare più della metà della percezione gustativa”. In Giappone esistono oltre 500 varietà di riso, per uso alimentare e sake, con circa 270 cultivar destinate al consumo quotidiano. Il Koshihikari è da decenni la star assoluta per il sushi, grazie a dolcezza, tenuta e consistenza.

Lavaggio, cottura e ‘concia’ sono i gesti identitari. L’acqua è fondamentale: se è troppo calcarea, meglio congelarla e usare solo il cuore del ghiaccio, dopo averlo sciolto, per cuocere il riso.

Per ‘concia’ si intende il modo in cui viene condito il riso una volta cotto. In pratica è l’insieme di:

  • proporzione e tipo di aceto (bianco di riso o akazu, aceto rosso ottenuto dai residui della produzione del sake)
  • quantità di zucchero e sale
  • tecnica e tempi con cui questo condimento viene incorporato nel riso caldo.

La cucina di tendenza più attuale vede un ritorno allo stile ‘Edomae’ di 200 anni fa, proprio con l’uso dell’aceto rosso akazu. È low cost e intenso, pura esplosione di umami.

Il piatto è architettura

Piatto tondo bianco con una composizione artistica di sashimi, fiori eduli, wasabi e polpa di riccio di mare.

La mise en place è un’arte e l’estetica segue regole rigorose. Il contenuto del piatto deve essere in 3D, con altezza e profondità, e rispettare la simbologia dei cinque colori – rosso, verde, nero, bianco e giallo – che evocano equilibrio, stagionalità e armonia.

  • Il rosso richiama vita ed energia, spesso affidato a tonno, ingredienti piccanti o piccoli dettagli di salse.
  • Il verde porta freschezza vegetale, da erbe, shiso (il basilico giapponese), wasabi o verdure.
  • Il nero (o molto scuro) è spesso l’alga nori o piccole pennellate di salse dense, che danno profondità visiva.
  • Il bianco è il riso, ma anche pesci chiari e ceramiche essenziali.
  • Il giallo rimanda al sole e può arrivare da uova, agrumi, radici o condimenti.

La composizione ideale è quindi tridimensionale. Si sviluppa come un paesaggio in miniatura, in cui ogni elemento è studiato per dialogare con gli altri.

Arriva il riccio di mare, vero lusso

Dettaglio delle mani di uno chef che utilizza bacchette di legno per prelevare delicatamente della polpa di riccio di mare da una scatola tradizionale.

Tra le eccellenze più autentiche, prima disponibili solo in Giappone e da poco arrivate anche in Italia, c’è l’Uni, il riccio di mare giapponese, che d recente ha ottenuto le certificazioni igienico-sanitarie che ne consentono l’esportazione nell’Unione Europea. Viene commercializzato surgelato, con tecniche avanzate che ne preservano cremosità e dolcezza salina e ha un finale amarognolo molto elegante. Longino & Cardenal importa e commercializza diverse referenze di riccio “Uni”, con vendita sia per la ristorazione (sarà quindi possibile trovarlo al ristorante) sia online per privati, acquistabile per una cena giapponese home made.

Vacanze in Giappone? Non fate questi errori…

  • Chiedere il salmone. In sushi e sashimi italiani è protagonista assoluto, ma in Giappone il salmone crudo si usa poco e viene spesso sostituito da specie locali. La cucina giapponese insiste molto sulla stagionalità del pesce, che quindi varia nei diversi periodi dell’anno.
  • Inondare di salsa di soia. La salsa di soia non dovrebbe mai essere versata sullo ‘shari’ (il riso dopo la concia): si intinge leggermente solo il lato del pesce, così da non rovinare la texture dello shari e non alterare l’equilibrio studiato dallo chef.
  • Usare lo zenzero come condimento. Il gari, lo zenzero marinato, non è un condimento da mettere sopra il sushi, ma un intermezzo. Si mangia tra un boccone e l’altro per pulire il palato e prepararlo ai sapori successivi. Un po’ come il nostro sorbetto al limone, che si serve tra una portata e l’altra.
  • Affidarsi alla forchetta e maltrattare le bacchette. La forchetta è percepita come uno strumento aggressivo. Meglio le bacchette, da usare con delicatezza senza infilzare o spezzare il cibo; servono per afferrare i bocconi interi e portarli alla bocca. Tra un boccone e l’altro vanno appoggiate sul porta-bacchette o sulla ciotolina, mai abbandonate al centro del piatto.

L'Autenticità come standard: la Masterclass di Hirotoshi Ogawa

Foto di gruppo di una masterclass di cucina con lo chef istruttore al centro e i partecipanti schierati dietro un bancone professionale

A raccontare la cucina giapponese, a Milano, la masterclass ‘Un sogno chiamato Giappone: eccellenze ittiche e maestria nella lavorazione’, riservata a chef e crew di ristoranti stellati e di fine dining, tenuta dal Maestro Hirotoshi Ogawa, uno dei massimi custodi al mondo dell’arte del sushi e del sashimi. I temi affrontati sono stati diversi, dalla scelta del pesce (ricciola, pagro, tonnetto striato), a insaporitori e condimenti (katsuobushi, wasabi, mirin) fino a food styling e impiattamento. Ma il vero focus si è concentrato sulle principali tecniche di taglio, con l’utilizzo dell’iconico coltello giapponese. Hirotoshi Ogawa, Direttore Generale del World Sushi Skills Institute e ‘Goodwill Ambassador’ della cucina giapponese, durante la masterclass organizzata da JETRO, l’ente governativo per la promozione degli scambi commerciali, ha guidato gli chef italiani in un cambio di prospettiva: portare nei ristoranti non l’ennesima versione ‘occidentalizzata’ del Giappone, ma autentica cultura.

Barbara Galli,
aprile 2026

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