Seguici su Facebook Seguici su Instagram
News ed EventiNewsCentenario Turandot: la storia dell'opera di Puccini tra musica e cucina

Centenario Turandot: la storia dell'opera di Puccini tra musica e cucina

Una grand opera che non finisce mai... È la Turandot, l'incompiuta di Puccini, di cui si celebra il centenario della prima alla Scala di Milano nel 1926. Porta con sé la storia del Maestro, fatta di tante passioni, tra cui quella per la tavola

Condividi

Raffiche di vento e una pioggia incessante sferzavano Milano la sera del 25 aprile 1926. Ciononostante il pubblico affluiva numeroso al Teatro alla Scala, la platea si popolava, i palchi si aprivano e in galleria gli spettatori avevano preso posto già da un'ora. "L'elevatezza dei prezzi", si leggeva il giorno dopo sul Corriere della Sera, "tremila lire un palco, seicento una poltrona, quattrocento una poltroncina, cinquanta il biglietto d'ingresso, non ha opposto alcun ostacolo". Perché quella era una serata particolare: andava in scena la Turandot, sotto la direzione di Arturo Toscanini. Una prima unica, perché era un'opera postuma e incompiuta.

Puccini era scomparso prima di completare la partitura delle ultime due scene del terzo atto. Il pubblico sapeva che la rappresentazione sarebbe finita dove il Maestro l'aveva lasciata, ma non sapeva come. Sei chiamate agli artisti dopo il primo atto e altrettante dopo il secondo, ma è verso la fine del terzo che Toscanini si volta verso il pubblico... e il cronista del Corriere scrive: "Toscanini rimane un momento indeciso, come se non potesse vincere la commozione che lo stringe, poi a voce soffocata dice «qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro per la sua morte»". Il pubblico ha un attimo di indecisione; la scena eccezionale e, l'aver voluto Toscanini compiere personalmente il rito, lo sconvolgono. Lentamente il sipario si chiude, Toscanini scompare e allora un grido si alza dal silenzio della sala, ‘Viva Puccini!’. Cinque volte vengono chiamati gli interpreti e Toscanini acclamato.

Il centenario della Turandot e i luoghi pucciniani

Una serata storica che sarebbe piaciuta al Maestro, per il pathos e la tensione trasmessi. Emozioni che nel 2026, in occasione del centenario della prima della Turandot, sarà possibile rivivere in parte, grazie ai molti eventi messi in pista dalla Regione Toscana con gli enti locali. Il cuore della celebrazione sarà la 72° edizione del Festival Puccini che presenterà l'opera, in luglio e agosto, con un nuovissimo allestimento.

Ma sarà anche l'occasione per visitare i luoghi pucciniani: la casa natale a Lucca, la casa della famiglia a Celle di Pescaglia, le residenze di Chiatri e Viareggio con i relativi musei e, soprattutto, Torre del Lago Puccini. Qui ha sede il festival, la fondazione, il teatro all'aperto e la casa dove il maestro è vissuto per trent'anni. Puccini era uomo di grandi passioni, la musica soprattutto e Torre del Lago, definita "gaudio supremo", "paradiso", "eden empireo". Le altre riguardavano le donne (numerosissime), le auto (ben 15 in 23 anni), il fumo (sigari toscani, pipa e sigarette a profusione), la caccia e non ultimo il cibo con i prodotti della sua lucchesia.

La passione di Puccini per la tavola: dal Club della Bohème ai fagioli di Sorana

Con gli amici di Torre del Lago (musicisti, pittori, cacciatori, scrittori) fondò il Club della Bohème, con tanto di statuto dove i soci giuravano di "bere e mangiare meglio" e dove "gli stomachi deboli" non erano ammessi. La sede era un capanno, dove l'oste-ciabattino sembra facesse un ponce livornese favoloso (caffè, rum, zucchero e scorza di limone). Qui si ritrovavano per giocare a carte, dopo gite in auto e battute di caccia, che finivano con tavolate annaffiate dal vino frizzante dei colli.

Puccini amava tutta la selvaggina, da cacciatore incallito quale era, ma per le folaghe aveva spesso discusso, per esempio con Pietro Malfatti, albergatore di Viareggio, al quale voleva spiegare "che la folaga non va spennata, ma spellata completamente e lasciata a bagno in vino rosso e aceto per due ore", oppure con Pietro Mascagni, in un ristorante milanese: la contesa riguardava se fosse meglio il cacciucco livornese o la folaga rosolata alla lucchese, che preparava con una ricetta da lui dattiloscritta nel 1903.

Il Maestro aveva una passione smodata per i "fagiuoli", soprattutto quelli di Sorana a cui ha dedicato anche una rima, o quelli al fiasco che gli preparava Iginia, la sorella suora. Considerava i fagioli così speciali che a Natale del 1895 ne donò un sacchetto al suo editore Giulio Ricordi accompagnandolo con una ricetta scritta di suo pugno. Amava la minestra di farro, la pasta con le anguille o le aringhe con i ravanelli, che cucinava dai tempi del Conservatorio a Milano, quando era squattrinato. E poi ancora la zuppa di cavolo nero, i salamini e le soppressate lucchesi, i pesci di mare e di lago e i piatti di Isola Nencetti Vallini, la cuoca di casa. Puccini la portava sempre con sé e lei preparava al "sor Giacomo" il suo dolce preferito: il latte alla portoghese, che non mancava mai alla fine del pranzo, soprattutto dopo una battuta di caccia.

Laura Maragliano,
aprile 2026

In copertina: Il vasto piazzale della Reggia, bozzetto di Galileo Chini per Turandot (1924) - Archivio Storico Ricordi

Laura Maragliano
Laura Maragliano

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Direttore editoriale di Sale&Pepe (di cui è stata direttore responsabile dal 2008 e dove lavora dal 2005, dopo aver seguito il tema food, anche come direttore, in diverse testate), è giornalista e grande appassionata di cibo. Poco la entusiasma quanto sperimentare una delle (rare) ricette che ancora non conosce, studiarne la storia e scoprire usi e costumi delle persone che la preparano (o preparavano). Ligure – o meglio genovese – di nascita e cultura, per lavoro e per diletto gravita da oltre da trent’anni su Milano, ma è Lodi (a una manciata di chilometri da dove ha messo le sue nuove radici) la cittadina lombarda che l’ha catturata.

Iscriviti alla newsletter di sale&pepe

Iscriviti ora!

Abbina il tuo piatto a