Un percorso insolito tra la Biennale e la Mostra del Cinema, alla scoperta di chiostri nascosti, vigneti storici e speciali cicchetterie dove far sosta dopo la visita
È l’anno della Biennale (fino al 22 novembre) e dal 2 al 12 settembre il Lido ospita anche l’83° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con il ritorno di Nanni Moretti in concorso con Succederà questa notte. Chi frequenta la Città dei Dogi durante i 10 giorni di proiezioni o per una visita alla Biennale sa che Venezia è la città dei canali, delle calli, dei ponti, dei campielli ma forse sfugge che Venezia è anche la città dei giardini, specialmente quelli… segreti e dei cicheti, le tapas della laguna da gustare in un sol boccone. I due appuntamenti internazionali possono essere l’occasione per conoscere da vicino i due curiosi aspetti.
In città si contano numerosi giardini nascosti, alcuni mirabili per la loro bellezza malgrado all’apparenza potrebbe sembrare che non ci sia molto verde. Nel Seicento si calcola ve ne fossero oltre 200 sparsi nei vari sestieri, ma la necessità di spazi urbani ne ha sacrificato molti. Quelli superstiti sono perlopiù spazi verdi privati o appartenenti a qualche comunità religiosa. Come San Francesco della Vigna, a Castello, con le sue strutture fantascientifiche in cui l’immaginario si mischia a uno straordinario esempio di cultura materiale, il chiostro adibito a vigneto, il più antico di Venezia, accanto a quelli dedicati alla coltivazione di erbe aromatiche e alla raccolta dell’acqua piovana. Dalle uve Glera e Malvasia si ottengono 1.107 bottiglie di Harmonia mundi, spumante charmat aggraziato e sapido. 1.107 sono i metri lineari lungo cui si dipana il vigneto, multiplo di 369 che, composto da 3, evoca la Trinità.
Servono 10 minuti a piedi per raggiungere Magna, Bevi, Tasi, una delle più rinomate cicchetterie di Venezia. Qui da provare sono quelli con asparagi e uova e alla crema di carciofi con schie (i gamberetti di laguna).
Hotel Cà di Dio All’interno del Circolo sottufficiali della Marina Militare a Riva Cà di Dio il giardino ricco di oleandri e magnolie conduce all’antica sala rancio. Due i forni superstiti che venivano utilizzati per infornare il pane delle navi; uno riporta la data del 1330. Un banco da macellaio in pietra, consunto dagli anni e dall’uso, è un altro elemento di interesse. Al giardino vi si accede se si soggiorna all’hotel Cà di Dio, in posizione strategica per visitare le Biennali.
Per la sistemazione dell’edificio e dei suoi interni è stata chiamata l’architetta spagnola Patricia Urquiola che ha voluto rappresentare l’umanità che ha vissuto tra queste mura “senza ricorrere al cliché del lusso veneziano”. Il risultato è un ambiente che ricorda tanto una casa privata quanto un hotel. Il fascino di questa duplicità è racchiuso nell’elegante sala lettura che, a differenza di molte biblioteche alberghiere, invita a sprofondare in poltrona e aprire un libro. Il ricevimento è stato ricavato nell’antica cappella del monastero e ricorda il salotto di un facoltoso collezionista d’arte. Il personale ha poco più di una postazione in un angolo: dettaglio in linea con l’atmosfera del luogo.
È stato anche preservato il giardino interno dove si servono le colazioni. Le 66 camere abbondano di legno e marmo rosso di Verona, con specchi convessi alle pareti e lampade di Murano realizzate su misura. La cucina è affidata a Carmine Amarante, talentuoso cuoco napoletano. Qui si trova una sua personale interpretazione dei cicchetti, serviti all’Alchemia, il cocktail bar di Cà di Dio. Al ristorante Vero la raffinatezza elegante di Amarante si esprime attraverso sapori e tecniche personali e rende Cà di Dio un luogo sublime dove rifugiarsi a Venezia.
Palazzo Nani Lucheschi. Palazzo Nani Lucheschi ha la porta d’acqua, quella più importante nelle case nobiliari di Venezia, direttamente sul Canal Grande, nel sestiere Dorsoduro. Il giardino all’italiana è curato dalla signora Elisabetta Czarnocki Lucheschi e possiede la palma più alta della città mentre il glicine centenario viene considerato uno degli elementi più importanti dell’intera area verde. Antichi bagolari e tassi proteggono il roseto, piantato dalla nonna dell’attuale proprietaria.
Osteria da Codroma, un minuto dalla fermata del vaporetto di San Basilio, è il luogo che porta indietro le lancette dell’orologio a Venezia: sporadica la presenza di turisti, ma tanti veneziani in piedi al banco. Le proposte non possono che essere secondo tradizione: “I più richiesti sono le polpettine di pesce, gli ovetti con l’acciuga e il crostino con baccalà mantecato” spiega Nicola Bettini, qui dal 2012. “Sono i classici che si consumano con l’ombra de vin. Quattro minuti, due bocconi, due sorsi di vino. Chi ha più tempo si siede con la sarda panata e fritta o in saor (vi abbiamo raccontato la sua storia e come prepararla a casa qui), due canestrelli al forno o un folpetto al pomodoro”.
A volte il giardino veneziano crea complicità tra le persone, favorita dall’atmosfera un po’ decadente, silenziosa, ammiccante. È la sensazione che si prova nel giardino Albrizzi a San Polo, folto di piante esotiche e frammenti. All’ingresso la targa ricorda gli antenati di Lorenzo Albrizzi, l’attuale proprietario, e il paesaggista Bruce Kelly, che ha riqualificato Central Park a New York e lo stesso giardino.
Dopo la visita si mette in agenda una pausa alla Cantina do Mori. Pare che persino Giacomo Casanova la frequentasse e da allora gli interni non sembrano cambiati poi di molto con i pentoloni in rame per la raccolta d’acqua appesi al soffitto, gli antichi tariffari alle pareti e le damigiane di vino da cui si dispensano le ombre. I cicchetti si consumano rigorosamente in piedi tra una ciàcola e l’altra: crostini di polenta bianca con funghi e taleggio, crostino con acciughe e cipolline o con bacalà alla vicentina. Un’ombra, un crostino di baccalà e un cancello socchiuso raccontano insomma una Venezia che non si è ancora arresa alla folle corsa del turismo mordi e fuggi. Ideale punto di partenza per gli appuntamenti in calendario.